Codogno un anno dopo, volontaria Croce Rossa: "Non dimentico sguardi di chi chiedeva aiuto"

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"Gli occhi parlano e io non dimenticherò mai gli sguardi di chi chiedeva aiuto". Laura Grazioli, 26 anni, è una delle volontarie della Croce Rossa di Codogno, la città diventata simbolo della prima ondata del coronavirus. Un passato da giovane scout, a 14 anni inizia a fare volontariato e da quando ne ha 23 guida anche l’ambulanza. Studia medicina, i suoi professori hanno curato quello che l’Italia conosce erroneamente con il nome di paziente 1, ha la freddezza di chi sa tenere a bada le emozioni ma le assorbe tutte.

"Il soccorritore - spiega in un'intervista all'Adnkronos - ha il privilegio di entrare in casa delle persone. Loro ti aspettano sapendo che puoi dare una mano. Con il Covid mi ha colpito lo sguardo dei parenti, ci leggevo la paura. Quando tutto è iniziato, ci guardavano non più solo come chi va in aiuto, ma anche come chi sta portando via qualcosa di prezioso, col rischio di sottrarlo per sempre". In zona rossa era cambiato anche il ritmo degli interventi. "Prima in un turno di notte il telefono suonava al massimo tre volte per un incidente stradale o un malore, nelle prime settimane invece non c’era il tempo di lasciare un paziente in ospedale che già un altro aspetta il trasporto". Chiuso l'ospedale di Codogno, i tragitti erano sempre più lunghi verso Cremona, Pavia o Milano. Viaggi che il paziente affrontava solo e che per alcuni potevano non avere ritorno.

"Non poter salire in ambulanza, non poter seguire il proprio caro in ospedale, sapere di non poterlo andare a trovare è la cosa che più ha inciso umanamente. Il nostro è un lavoro di urgenza, siamo abituati ad agire 'in fretta', ma in quei momenti abbiamo sempre concesso tempo, consapevoli della necessità di dare la giusta durata per il distacco", spiega la volontaria. Di tempo per le lacrime Laura non ne ha avuto, neanche quando è risultata positiva la madre, infermiera a Codogno, o quando ad aprile ha assistito a un parto in casa: un segno di rinascita per il piccolo comune. "La freddezza sugli eventi è importante, bisogna concentrarsi sulle cose da fare. È anche fondamentale essere attenti, empatici, umani e ricordarsi che i pazienti sono sempre i cari di qualcun altro. Dal punto di vista sanitario siamo preparati, ma dal punto di vista umano non lo si è mai fino in fondo. C’è chi con il virus ha preferito non prestare più servizio, a me questa idea non è mai passata per l’anticamera del cervello".

Difficile dimenticare il primo turno con il Covid che cambia ogni aspetto del lavoro: dalla vestizione - la tuta da indossare sopra la divisa, e poi i calzari, la visiera, la mascherina e i doppi guanti - alla necessità di sanificare l'ambulanza. "Quel giorno, nei vari interventi di soccorso, si è reso necessario per due volte la Cpap, una maschera per la ventilazione: nella mia esperienza l’avevo vista utilizzare forse due volte. Dalla centrale operativa ci chiedevano di controllare il saturimetro perché i parametri erano particolarmente preoccupanti, ma la strumentazione funzionava, non era lì il problema. Lì abbiamo capito che non sarebbe stato facile" combattere un virus che ha tolto tanto, ma non l’umanità.

"Ho trovato tantissima comprensione. Ora che la situazione non più così drammatica come a febbraio o marzo e siamo tornati quasi alla normalità, cerco di fare ancora più attenzione a quello che la gente prova, se già osservavo prima adesso cerco di farlo di più. C'è anche una complicità maggiore tra colleghi", dice la volontaria della Croce Rossa che ha appena ricevuto la seconda dose di vaccino.

"Non ho mai avuto dubbi, è un gesto di responsabilità anche verso gli altri e credo che ognuno debba fare la propria parte. Anche a Codogno c'è qualche negazionista e mi dispiace perché ha visto da vicino il Covid, se ha risparmiato i suoi cari ha scorto il dolore e la perdita nelle case degli altri. Mi fa rabbia sentire certe cose, è una mancanza di rispetto per le tante famiglie che non hanno avuto la fortuna di uscirne indenni", conclude Laura Grazioli.