Colpo di spugna a Manila: il figlio del dittatore Marcos al potere

Image from askanews web site
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Roma, 10 mag. (askanews) - Quando il 24 febbraio 1986 Ferdinando "Bongbong" Marcos, allora un giovane di 29 anni, salì su uno degli elicotteri che portavano via da Manila la sua famiglia, con alla testa il padre Ferdinando Emmanuel Marcos dittatore per un ventennio delle Filippine, probabilmente non pensava che 36 anni dopo sarebbe stato eletto presidente dello stesso paese che si era ribellato al padre.

Invece ieri Marcos è stato eletto con circa il 60 per cento dei voti nelle elezioni presidenziali, ottenendo il mandato più forte dai tempi del padre, che intanto è morto in esilio alle Hawaii nel 1989, mentre contro di lui e la moglie, Imelda, era in corso un processo anche negli Stati uniti. Circa 31 milioni di elettori filippini, pari al 58,7 per cento dei votanti, ha sostanzialmente detto di aver cancellato il passato e di volere ancora un Ferdinando Marcos al potere. E alle sue spalle un'Imelda, lei ancora viva a 93 anni.

La differenza con la principale concorrente, la vicepresidente uscente Leni Robredo, è stata schiacciante. Praticamente la seconda classificata ha ottenuto meno della metà dei voti di Marcos. Scelta vincente è stata la decisione del ticket con Sara Duterte, che è stata eletta vicepresidente nell'elezione parallela. La figlia del fumantino presidente uscente Rodrigo Duterte era in realtà la preferita dei sondaggi dello scorso anno, ma ha deciso di unire la sua strada a quella di Marcos costituendo un'alleanza formidabile tra i due potenti clan che hanno le loro basi elettorali nelle Filippine settentrionali (Marcos) e nell'isola meridionale di Mindanao (Duterte).

"Ogni impresa grande come questa non è opera di una sola persona", ha detto Marcos rivendicando la vittoria. "Coinvolge - ha continuato - tante, tante persone, che hanno lavorato in tanti, tanti modi diversi".

Bongbong Marcos ha condotto una campagna elettorale all'americana, evitando chirurgicamente di affrontare questioni che richiamassero in qualche modo il passato, una ferita ancora aperta nell'opinione pubblica filippina. Ha lanciato appelli all'unità nazionale, non toccando - per esempio - la questione degli sforzi duranti tanti anni per recuperare i miliardi di dollari che la sua famiglia avrebbe ammassato all'estero durante il ventennio di dominio del padre.

L'arrivo di Marcos al potere a Manila, in realtà, chiude la parabola della rivoluzione popolare che fece cadere il padre. Le Filippine sono oggi un paese in grave crisi economica, stanco della povertà e carente di efficienza aministrativa.

D'altronde, dopo 36 anni, la maggioranza degli elettori la dittatura di Marcos non l'ha proprio conosciuta. E i media hanno dato una mano di vernice sul passato, descrivendo l'era Marcos come un periodo di prosperità e prestigio. Molti testimoni dell'epoca non ci sono più, come Corazon Aquino, la seconda presidente post-Marcos vedova di quel Benigno Aquino, politico vicino all'opposizione durante la dittatura, che fu barbaramente assassinato nel 1983 all'aeroporto di Manila di ritorno dall'esilio negli Usa.

A preparare questo grande ritorno di Marcos è stato certamente il periodo al potere di Rodrigo Duterte, noto nel mondo soprattutto per la sua sanguinosa e violenta campagna contro il narcotraffico - ma secondo molto osservatori, contro i tossicodipendenti - costata migliaia di morti.

Marcos jr. ha promesso che continuerà la campagna anti-droga ma sprattutto che spingerà per la costruzione di infrastrutture: praticamente unico elemento concreto del suo programma economico, che per il resto appare abbastanza fumoso. In politica estera, sarà chiamato a mantenere un difficile equilibrio, probabilmente impossibile, tra un approccio pro-Cina inaugurato da Duterte sr. e la tradizionale alleanza con gli Stati uniti.

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