Coltivare marijuana in casa è un reato da chiarire, dice la Cassazione

simona olleni

Fare chiarezza sulla configurabilità del reato di coltivazione domestica di piante stupefacenti: per questo la terza sezione penale della Cassazione ha deciso di trasmettere gli atti alle sezioni unite, che dovranno quindi, nei prossimi mesi, pronunciarsi per sciogliere il 'nodo' giurisprudenziale che si è creato con diverse pronunce contrastanti tra loro. Con un'ordinanza depositata oggi, si chiede infatti al massimo consesso penale del 'Palazzaccio' di spiegare "se, ai fini della configurabilità del reato di coltivazione di piante stupefacenti, è sufficiente che la pianta sia idonea, per grado di maturazione, a produrre sostanza per il consumo, non rilevando la quantità di principio attivo ricavabile nell'immediatezza", oppure "se è necessario verificare anche che l'attività sia concretamente idonea a ledere la salute pubblica ed a favorire la circolazione della droga alimentandone il mercato".

La decisione di inviare gli atti alle sezioni unite è intervenuta nell'ambito di un processo in cui un 29enne è stato condannato dalla Corte d'appello di Napoli a un anno di reclusione e tremila euro di multa per la "cessione gratuita di uno spinello a un minorenne" e per la "coltivazione illecita di due piante di marijuana". L'imputato, nel suo ricorso in Cassazione, chiede l'annullamento della sentenza di secondo grado, rilevando che "l'offensività della condotta" è stata affermata "in mancanza di accertamento sull'idoneità della pianta a produrre un effetto drogante", oltre a lamentare un "travisamento della prova" perché, a suo dire, non corrisponde a verità che "le piante fossero in avanzato stato di crescita e con parecchie ramificazioni". Il processo in esame, ora, rimarrà sospeso fino alla pronuncia delle sezioni unite.