Com'è Barrio, il nuovo singolo di Mahmood

La vittoria all'ultima edizione del Festival di Sanremo di Mahmood vale poco o niente, certamente non dimostra alcunché rispetto a ciò che il ragazzo può dare alla musica, che poi, aldilà dei premi, è ciò che più conta.

“Soldi” è una canzoncina che di speciale ha davvero poco, oseremmo scrivere anche mediocre se non fosse che ogni ragionamento così radicale meriterebbe una dovuta spiegazione e noi oggi scriviamo di Mahmood ma non scriviamo di “Soldi”, un pezzo che ci siamo lasciati ormai alle spalle, come un'onda anomala che per quanto sia anomala è pur sempre acqua che, prima o poi, si asciuga senza lasciare macchie.

Ecco la differenza tra un capolavoro e una hit: il capolavoro è un'onda anomala di lava, ti passa addosso e ti rade al suolo sotto tutti i punti di vista, tecnico e sentimentale, una hit è solo acqua fresca. “Soldi” vince Sanremo, come capitato anche a Francesco Gabbani con “Occidentali's Karma” l'anno prima, giusto perché Baglioni costruisce un festival che mescola brani di una noia mortale di artisti che barcollano sul filo della propria carriera come zombie, a chicche da intenditori di musica che al successo da classifica nemmeno ci pensano. E poi 'sto ragazzo che in mezzo ad ore ed ore di penoso show televisivo almeno fa alzare in piedi, battere le mani, anche ballicchiare.

È la nuova formula per vincere Sanremo in epoca di tv di flusso. Non credo che “Soldi” sia stata costruita ad hoc ma certamente non permette di farsi un'idea precisa di chi è Mahmood e, soprattutto, in che modo guarda alla musica.

Tant'è che il sistema mainstream ha tentato in tutti i modi (bravissimo lui a sfuggirne con un sorriso di scherno) ad incasellarlo a forza in una figura che non gli apparteneva, quella dell'immigrato gay abbandonato dal padre e che vive una misera vita di stenti in un Paese non suo.

Tutte chiaramente falsità, perché è più facile agire così che sedersi un attimo a tavolino ad ascoltare la sua musica. Temevamo di essercelo perduto nei meandri dei tormentoni estivi con la sua partecipazione a quel progetto imbarazzante che è stato “Calipso”, messo in piedi dalla stessa coppia di producer che lo ha portato in vetta sul palco dell'Ariston, Charlie Charles e Dardust, e invece tira fuori dal cilindro, strategicamente alla vigilia del suo tour europeo, un nuovo singolo dal titolo “Barrio”. E ora abbiamo le idee un po' più chiare.


La canzone rappresenta un guizzo, come una pennellata drastica e genialoide. Il sound è costruito alla perfezione, segno che è possibile fare musica nuova anche senza fare musica brutta, che si può dare di gomito al mercato, perché la canzone oltre ad avere un'essenza tutta particolare è anche molto orecchiabile, ma senza rinunciare alla volontà da parte dell'artista e il diritto dell'ascoltatore, rispettivamente di dire e ascoltare qualcosa che abbia un senso artistico e - se capita, perché no? - anche logico.

Non che “Soldi” non ne avesse, in questo caso ci riferiamo a circa il 99% della trap music italiana, cui protagonisti sono più impegnati a ritoccare la propria immagine di star dure e pure col photoshop, piuttosto che impegnarsi a imparare ad azzeccare due note di fila e scrivere qualcosa di anche solo vagamente impegnato.

Invece Mahmood canta, Mahmood scrive (in questo caso accompagnato dall'ottima penna di Davide Petrella) e la canzone è piena di spunti interessanti. Partiamo proprio dal primo strumento: la penna; insieme a Petrella dipingono la periferia, quel “barrio” in Italia già più volte celebrato da Vinicio Capossela, con colpi di punta e tacco, “accarezzando il pallone” direbbero tecnici del calcio, senza descriverlo ancora una volta (che gran noia!) come una giungla d'asfalto, cosa che ormai fa lo stesso effetto di quando da piccoli si sottolineava una parola su un libro di scuola fino a strappare la pagina.

Ok, la vita di periferia è difficile, lo abbiamo sempre immaginato, lo abbiamo anche vagamente vissuto, vi abbiamo ascoltato quando ce l'avete raccontato, cantato, trappato con l'autotune in tutte le salse, male e da anni. “Mobbastaveramenteperò” direbbe Maccio Capatonda, ora vogliamo un'altra visione della faccenda, e Mahmood con “Barrio” ce la offre su un piatto d'argento.

Anche dal punto di vista tecnico il brano risulta particolarmente interessante, Charlie Charles e Dardust sono senza alcun dubbio in questo momento i due producer più illuminati della scena; non che le azzecchino tutte, anzi, ripetiamo, la loro prova di tormentone estivo è qualcosa di imbarazzante, ma dimostrano ancora una volta di avere voglia di sperimentare in un mondo discografico che una volta sgamata la ricetta giusta per far venire bene la torta, decide di produrne in quantità industriale fino a che non viene a noia, finchè non sdegna, il che succede quasi subito.

Le esplorazioni musicali del duo stavolta volgono evidentemente lo sguardo a ritmi spagnoleggianti, quasi da flamenco, ma letto così, nero su bianco, potrebbe non rendere bene l'idea, Charles e Dardust riescono a modellare sul loro stile molto cool qualsiasi cosa gli passi per le mani, e così fanno anche in “Barrio”, che è canzone da ascoltare molto più che da ballare, musica buona per il cervello più che per i muscoli.

Mahmood con il secondo posto all'Eurovision Song si è aperto una strada per il successo internazionale, “Soldi” è stata tradotta e riproposta in diverse lingue, il suo nome è finito su testate estere di prestigio, durante il suddetto tour europeo dovrà prenotare una notte in più a Londra perché la prima data è già andata sold out; insomma, il suo nome adesso è un nome, anche fuori dai nostri confini, questo complica decisamente le cose, la sua corsa si fa più in salita e per percorrere quella strada lì, che comunque ti porta più in alto, servono cuore, cervello e polmoni.

A Mahmood non manca niente di tutto ciò e noi ci crediamo fortemente, specie se continua a sfornare pezzi di ottima fattura come “Barrio”.