Com’è giocare a Fifa 21 all'epoca del Covid

Di Stanlio Kubrick
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Photo credit: EA
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From Esquire

L’abitudine è una bella cosa, quando vuole. Va bene la novità, la scoperta, il brivido dell’imprevisto, ma ci sono momenti nel corso di un anno che si ripetono sempre uguali da quando ho memoria e il cui arrivo è anticipato da giorni di fremente attesa per qualcosa di conosciuto ma sempre nuovo, e salutato con feste, entusiasmi, gran mangiate e gran bevute. Il Natale, per esempio. Il Capodanno. Ferragosto. E soprattutto l’uscita di un nuovo Fifa, che dal 1994, puntuale come le tasse e il giallo a Romagnoli, si manifesta all’inizio dell’autunno per accompagnare i successivi 365 giorni di chi ama il calcio simulato.

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Un tempo concepito come “gioco natalizio” e pubblicato verso la fine di novembre, Fifa ha negli anni spostato il suo compleanno (battesimo?) sempre più all’indietro, per sincronizzarsi al meglio con il calcio vero, quello giocato sui campi e negli stadi gremiti (ci torniamo). È dal 2005 circa quindi che Fifa è diventato un gioco da fine settembre/inizio ottobre, l’equivalente videoludico dell’album delle figurine Panini: arriva quando anche il calcio sta ricominciando, con quel numero che è sempre avanti un anno e sa tanto di futuro, e diventa il centro dell’attenzione per milioni di persone per i successivi dieci mesi almeno.

Quest’anno, poi, l’uscita di Fifa 21 è particolarmente stuzzicante proprio per via di quel numerino: siamo a ottobre e il gioco già ci promette il 2021, che è un anno del quale non sappiamo ancora assolutamente nulla se non che non è il 2020, e viste come sono andate le cose fin qui nel 2020 l’idea stessa di “Fifa 21” (di “21") è una boccata d’aria fresca, all’aperto, con distanziamento sociale. Per molti, moltissimi, pure troppi versi, Fifa 21 è esattamente quello che mi aspettavo, che chiunque si aspettava, che fosse; per altri è una creatura bizzarra e fuori dal tempo, un gioco di ruolo fantasy travestito da simulatore di pallone, quasi tenero per il modo in cui ignora volutamente tutto quello che è successo al mondo, del calcio e non solo, dai tempi di Fifa 20.

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Cominciamo con le cose facili, che mi permettono tra l’altro di prendermela con il capitalismo e il consumismo videoludico così poi mi sento meglio. Fifa 21 è Fifa 20 con qualche animazione in più, le rose aggiornate e piccoli aggiustamenti al motore di gioco che migliorano l’esperienza del giocare a calcio nel senso che la rendono un po’ più fluida e rapida di quanto fosse un anno fa. Ah, e la modalità Carriera, quella che permette di vestire i panni di un calciatore o un allenatore e simularne la, appunto, carriera, è stata allargata e ha preso qualche spunto molto superficiale da Football Manager.

Fine, questo è Fifa 21, cioè un gioco che assomiglia abbastanza a Fifa 20 (il quale a sua volta assomigliava molto a Fifa 19 e così via) da essere indistinguibile, ai miei occhi da profano ovviamente, da un corposo aggiornamento della versione precedente. Ormai Fifa funziona come i libri di scuola: non importa se l’anno scorso hai speso 90€ per i tre volumi di questa trilogia di libri di matematica, quest’anno il volume 2 è stato aggiornato quindi devi ricomprarlo da capo. E per carità, mi rendo conto che le cose sono un po’ più complesse di così e c’è sicuramente un motivo validissimo per cui Fifa deve venire ogni anno ricostruito da capo e quasi identico all’anno precedente; da fuori, però, la cosa puzza di consumismo videoludico e turbocapitalismo e visto che ne ho parlato? Fottiamo il sistema, non compriamo più Fifa!

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Ovviamente ho comprato Fifa 21 il giorno in cui è uscito (due giorni prima, in verità, per poterlo scaricare in anticipo e giocarci a mezzanotte in punto), e la carriera di Urla Baruffi, allenatrice di un giovane e arrembante Milan che alla decima giornata guida la classifica della serie A grazie soprattutto ai 16 gol di Zlatan Ibrahimovic, è lanciatissima, tanto che stanno arrivando le prime offerte per allenare squadre nazionali. È un Milan molto simile a quello che esiste in questo mondo di covid, con solo qualche aggiustamento alla rosa (al posto di Krunic ho preso Wylan Cyprien, per esempio), che ogni settimana va a giocarsi le sue chance nei campi di tutta Italia, tutti molto simili a quelli veri ma con una cruciale differenza: le tribune sono sempre strapiene.

È impossibile giocare a Fifa 21 oggi e non rimanere straniti di fronte a una versione del calcio che non vediamo da quasi un anno (l’ultima volta che sono stato allo stadio era per un Milan-Torino, il 17 febbraio; due giorni dopo nello stesso stadio si giocherà Atalanta – Valencia, uno dei “superspreading event” più famosi dall’inizio della pandemia). Ci sono i cori, i colori, gli striscioni, i commentatori che si esaltano per gli spalti gremiti e il boato assordante del pubblico; non si vedono mascherine, e certamente non si vede distanziamento sociale. Le date stesse della stagione sono quelle che erano state fissate prima dello stop al calcio durato tre mesi: si comincia a fine agosto, si tira dritto in vista degli Europei, le squadre con il calendario più impegnativo giocano ogni tre giorni, svolazzando in giro per l’Europa come se ci fosse ancora un domani.

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E questo approccio di non-accettazione della realtà si allarga a ogni aspetto della simulazione, comprese le regole del gioco: le sostituzioni, per esempio, sono ancora tre, non cinque come è stato temporaneamente deciso e come probabilmente rimarrà la regola anche per le prossime stagioni. Inutile dire che non esiste la possibilità che un giocatore risulti positivo al covid, o la scelta tra far partire la squadra per una trasferta a Torino e vietarla per ragioni di sicurezza sanitaria. Non dico che Fifa 21 avrebbe dovuto avere il covid programmato nel suo DNA, ma sarebbe stato interessante per lo meno introdurre la possibilità di scegliere: vuoi attivare la modalità “pandemia” per la tua nuova carriera da allenatrice?

Sto scherzando, neanche troppo, cioè, non sto invocando davvero l’interruttore per attivare la fine del mondo in un gioco di calcio, ma è fuor di dubbio che faccia uno strano effetto vedere un prodotto che ogni anno esce per simulare la situazione e lo stato di salute di un intero movimento e che quest’anno assomiglia invece a un mix di nostalgia (“vi ricordate quando il calcio era ancora così?” “Sì, era meno di un anno fa”) e di speranza per il futuro (“vedrete che prima dell’uscita di Fifa 22 le cose saranno tornate a posto”). Ed è curioso, bizzarro e paradossale che in parallelo il calcio vero, nel senso di quello giocato da persone in carne e ossa, abbia fatto dei passi da gigante, per quanto obbligati, per assomigliare il più possibile a quello simulato, tra cori registrati, grafiche in sovraimpressione costante e pubblico aggiunto in digitale.

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O forse non è che Fifa è in denial; forse quella di tirare avanti come se non fosse successo nulla è una precisa scelta artistica, una presa di posizione. “Questo è il calcio come piace a noi” dice Fifa 21 “ed è così che dovrebbe essere”. E non importa che incidentalmente quest’anno le cose non vadano proprio così e il calcio stia venendo giocato davanti a spalti vuoti in campi spettrali nei quali risuona la voce di Stefano Pioli che urla “LEAAOOOO!!! TORNAAA! RAFA! SVEGLIAAA! LEAAOOOOOOO!!!”; Fifa 21 è un videogioco, e chi si è mai lamentato perché gli idraulici italiani in realtà non uccidono i mostri saltando loro in testa? Curiosamente, proprio nell’anno in cui l’aspetto simulativo e manageriale di Fifa si è fatto più complesso, approfondito e granulare nel tentativo di assomigliare alla realtà, la realtà stessa è diventata talmente surreale e illeggibile da costringere il gioco a riaffermare la sua natura artificiale, ludica, pure immaginifica se volete, io per esempio vorrei tantissimo, mi immaginifico benissimo un San Siro gremito per il derby dell’altro giorno, ma non si può fare, ancora per un bel po’ almeno, e quindi accontentiamoci dei videogiochi.