Come ha fatto la Cina a uscire dall'emergenza coronavirus

Marco Gritti

Il successo delle misure di contenimento dell'epidemia di coronavirus in Cina “è stato possibile unicamente grazie al profondo impegno del suo popolo a intraprendere un'azione collettiva contro una minaccia comune”.

A scriverlo nero su bianco, in un rapporto pubblicato il 28 febbraio scorso ma mai come oggi attuale, è stata l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS), l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della salute a livello globale.

Misure di contenimento e impegno della popolazione sono stati i due tasselli, indissolubilmente legati, di un percorso che ha consentito alla Cina di intraprendere la via della soluzione a un'emergenza sanitaria che ha gettato nel panico i governi di mezzo mondo.

Come ha fatto la Cina a rallentare l'epidemia?

“L'esperienza cinese è impressionante – ha dichiarato nelle scorse ore il direttore generale dell'OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, in conferenza stampa a Ginevra - In questo momento l'epidemia in Cina è in calo”. A confermarlo ci sono anche i dati: nella giornata di lunedì 9 marzo, i nuovi casi di contagio sono stati appena 19. Di questi, 17 sono stati registrati a Wuhan, la città focolaio, e gli altri due sono persone provenienti dall'estero. Significa che, per il terzo giorno consecutivo, non sono stati registrati casi al di fuori dell'Hubei, la regione di Wuhan. Ma come ha fatto la Cina a rallentare i contagi?

El jefe de la @WHO, @DrTedros, dice a #Xinhua que los casos de #COVID19 en #China han descendido significativamente, después de los esfuerzos "impresionantes" en la contención del virus https://t.co/MECT9AeAqR pic.twitter.com/uVt0o9FKSj

— China Xinhua Español (@XHespanol) March 10, 2020

Nel rapporto messo a punto al termine di una missione in Cina avvenuta tra il 10 e il 24 febbraio scorsi, l'OMS ha scritto che la misura più efficace è stata “una fortissima sorveglianza proattiva” volta a identificare eventuali casi sospetti: tamponi a tappeto (il dottor Bruce Aylward dell'OMS ha raccontato al New York Times che qualche settimana fa la richiesta di tamponi sfiorava i 46 mila al giorno), isolamenti immediati e imposizione della quarantena ai contatti più ravvicinati dei contagiati.

Una strategia finalizzata a bloccare il contagio (nel rapporto sulla Cina si legge che la loro stragrande maggioranza è avvenuta all'interno dei nuclei familiari) e a costruire una mappa quanto più dettagliata dei casi, per decidere successivamente le strategie da adottare. Per riuscire a tracciare i possibili contatti avuti dalle persone infette, secondo quanto riportato da Science Mag, sono state impiegate 1.800 squadre di almeno cinque persone ciascuna, incaricate di tracciare e analizzare migliaia di spostamenti. Al successo del lavoro analitico, però, secondo l'OMS ha contribuito anche “un tasso eccezionalmente alto di popolazione che ha capito e accettato” le misure imposte da Pechino.

I risultati non hanno tardato e un numero lo testimonia: il 10 febbraio, il giorno in cui è cominciata la missione dell'OMS, la Cina registrava 2.478 nuovi casi di contagi; due settimane più tardi, al momento in cui i delegati lasciavano il paese, il dato giornaliero era sceso a 409.

Il 23 gennaio la chiusura di Wuhan​

Oltre alla prevenzione della diffusione – lo stesso tentativo che d'altronde è stato fatto anche in Italia nelle prime aree di diffusione del virus, il Lodigiano e il Veneto – il governo cinese ha optato per una serie di misure decisamente restrittive, come la chiusura di Wuhan e delle città vicine. Imposta il 23 gennaio, ha costretto 50 milioni di persone in una forma di quarantena obbligatoria.

A differenza di quanto sta accadendo in Italia, le autorità cinesi hanno optato per lo stop a tutti i mezzi di trasporto in uscita dall'area: niente più treni, né bus e naturalmente neanche voli dall'aeroporto. Nel frattempo, a Wuhan avevano cominciato a essere costruiti nuovi ospedali per ricoverare e curare i malati.

L'uso della tecnologia, e lo spettro del controllo del regime

Oltre all'adozione di misure restrittive e alla rapida costruzione di aree ospedaliere, le autorità cinesi hanno fatto ricorso alla tecnologia. In particolare è stata sperimentata una app per smartphone, messa a punto dal colosso Alipay e chiamata Healt Code, che raccoglie le informazioni fornite da ogni singolo utente e le incrocia con i big data relativi all'epidemia.

Il risultato è stato la suddivisione della popolazione cinese in tre diverse categorie, distinte sulla base di altrettanti colori: ci sono gli utenti verdi, il cui stato di salute viene giudicato sicuro e a cui vengono pertanto consentiti gli spostamenti nei luoghi pubblici; quelli gialli, a cui potrebbe venire richiesto di rimanere in isolamento domiciliare una settimana; e quelli rossi, che devono invece rispettare una quarantena di quindici giorni.

Un meccanismo dalle grandi potenzialità, ma che suscita altrettanti timori per le violazioni della privacy e il controllo da parte delle autorità: come ha svelato il New York Times, l'app sembra condividere questo genere di dati con la polizia.