Come distruggere una donna col reality dei piccoli giudici

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Nada Cella (Photo: ANSA)
Nada Cella (Photo: ANSA)

Caro Direttore,

al punto in cui stanno le cose, desidero pensare che la donna di cui non farò il nome per un sentimento residuo di pudore, e di cui si parla da giorni sui quotidiani e in tv, sia davvero l’assassina di Nada Cella, la ragazza uccisa a Chiavari 25 anni fa. Desidero pensare che taccia perché nasconde la verità, non perché sa che qualunque tentativo di rompere l’assedio asfissiante delle accuse, qualunque difesa estrema esibisse, sarebbero intesi come prove schiaccianti. Spero che sia colpevole, perché, se invece non lo fosse, non oso immaginare che cosa stia accadendo in queste ore a lei e ai suoi familiari. E mi chiedo se qualcuno tra i giornalisti che ne hanno scritto, alcuni dei quali firme prestigiose, si facciano questa domanda. O se, facendomela io stesso, non cada nell’errore dell’ubriaco che, contromano in autostrada, incroci la fila delle auto che corrono in senso inverso e se ne stupisca. Da quale verso, caro direttore, è rovesciato il mondo?

Me lo chiedo dalla mattina del 5 novembre, quando la maggior parte dei quotidiani italiani pubblica la notizia che la presunzione di innocenza è diventato il principio cardine della nostra civiltà giuridica. Il governo ha recepito con un decreto legislativo la direttiva europea che impone ai pm e ai giornalisti il divieto di indicare l’indagato come colpevole. Stop alla giustizia show, sottolinea l’articolo di cui parlo. Ma sulla prima pagina degli stessi grandi quotidiani c’è anche la foto della ragazza di Chiavari, con un titolo che recita: “Nada Cella, svolta dopo 25 anni: una donna accusata del delitto”.

Che cosa sia accaduto lo si evince leggendo la dettagliata cronaca sul caso. Una ricercatrice con doppia laurea in veterinaria e psicologia ha deciso di integrare il già ricco ventaglio delle sue conoscenze, frequentando un corso di criminologia a Genova e, come tesi conclusiva, ha scelto il cold case della giovane uccisa venticinque anni fa. Nada fu massacrata il 6 maggio del 1996 nello studio del commercialista presso cui lavorava come segretaria. L’assassino infierì su di lei con un oggetto pesante, mai rivenuto, colpendola sulla testa fino a provocarne la morte. Man mano che approfondisce lo studio di un’inchiesta irrisolta, l’aspirante criminologa va convincendosi della colpevolezza di una donna all’epoca indagata, ma poi scagionata. Una serie di indizi e testimonianze, a suo dire trascurate, portano a lei. Il movente del delitto sarebbe una rivalità in amore e sul lavoro con la vittima. La presunta assassina si sarebbe invaghita del commercialista e avrebbe voluto sostituire Nada nell’incarico di segretaria.

Con la sua tesi tra le mani la “detective” si presenta nell’ufficio del procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi. L’inchiesta si riapre, la donna viene indagata per omicidio, il commercialista e la madre di questo per falsa testimonianza, sul presupposto che abbiano sviato le indagini per coprire l’assassina. Da questo momento tutti i dettagli del caso, il nome della presunta omicida, il movente, gli indizi a suo carico, finiscono sui giornali e in tv, in una sorta di processo mediatico in tempo reale, in cui ogni giorno si aggiunge un particolare, una testimonianza, a confermare l’ipotesi investigativa. Sui tg e sui talk della Rai si ascoltano perfino i colloqui registrati dalla criminologa che, fingendosi una ricercatrice, contatta la donna di cui sospetta, cercando di metterla alle strette. Questa, allarmata o piuttosto irritata dall’invadenza, reagisce in malo modo, diffidandola con alcuni messaggi dal tono minaccioso. E la sua reazione pare, nella ricostruzione che ne fanno i media, un altro tassello sul castello di prove raccolte.

Ci si mette anche la polizia, che diffonde una vecchia registrazione di una testimone che avrebbe visto una donna uscire dal palazzo la mattina del delitto, e la invita a farsi avanti. La sequenza dei mattoncini di sospetto, che si aggiungono uno sull’altro in questa progressiva architettura mediatica, ha il climax del giallo. È di pochi giorni fa la notizia che tracce di materiale biologico sono state rinvenute dietro la sella del motorino della donna indagata, e si aspetta di sapere se sia rintracciabile il dna della vittima.

Caro direttore, mi chiedo e ti chiedo chi distribuisce tutto questo materiale probatorio nel ventilatore dei media. La criminologa? La procura? La polizia? Gli avvocati? Nessuno sembra porsi la domanda, poiché mi pare che tutti trovino naturale che ciò accada. Che cioè un processo s’istruisca direttamente sui giornali e in tv prima ancora del rinvio a giudizio, e che i sospetti su cui si fonda vengano snocciolati senza alcuna cautela e in dispregio di qualunque principio di garanzia. È come se nessuno tra i protagonisti di questa indagine vedesse la macroscopica violazione di privacy, diritti di difesa, presunzione di innocenza. Non la vede la procura, che rinuncia ad aprire un’inchiesta sulla fuga di notizie. Non la vedono i cronisti, che raccontano l’evolversi degli eventi con la totale inconsapevolezza che qui è in gioco l’onore, la reputazione, la libertà, la vita stessa di persone innocenti fino a prova contraria.

Uno degli articoli pubblicati su un grande quotidiano nazionale inizia così: “Ma se lo sanno tutti che è stato il commercialista”. Poi in una pagina intera i sospetti sulla donna si sommano a un’apologia dell’aspirante criminologa, intervistata come se avesse già risolto il caso: “Lo dovevo fare per la madre di Nada”, racconta lei con orgoglio. E dopo una sequela di ipotesi d’accusa, intrecciate l’una all’altra, l’articolo si conclude con un beffardo escamotage garantista: la donna, chiarisce l’estensore, ha ogni diritto di essere considerata innocente fino a prova contraria. Mi chiedo dove siano finiti, e in quali altre faccende siano affaccendati l’ordine dei giornalisti e la commissione di vigilanza della tv pubblica. Oppure sono cieco e non comprendo che tutto, dai nomi ai sospetti, ai dettagli, alle illazioni, ai giudizi compiaciuti, rientri nel diritto di cronaca?

Per questo, caro direttore, con un paradosso e una provocazione ho detto di sperare che la colpevolezza di quella donna sia confermata, e che la prova regina di laboratorio cada per lei come un certificato di condanna. E sorvoliamo pure sul fatto che perfino il peggiore dei criminali meriterebbe un processo giusto, in cui fosse messo in condizione di difendersi. Nel caso contrario, nel caso cioè di un giudizio indiziario riaperto venticinque anni dopo senza che quegli indizi potessero essere verificati o smentiti oltre ogni ragionevole dubbio, la gogna prodotta resterebbe come un marchio incancellabile. La donna di cui parliamo rientrerebbe nella categoria forgiata dal magistrato Pier Camillo Davigo per i politici: presunti colpevoli di cui non si sia riuscita a provare la colpevolezza. Impuniti.

Questo tragico ribaltamento del diritto, della logica, della pietas e della civiltà dimostra quanto fallace sia la riduzione dei problemi della giustizia al suo malsano e competitivo rapporto con la politica. Poiché quest’ultimo è solo la punta emergente dell’iceberg. L’altra parte, immersa nella palude degli interessi, delle strumentalizzazioni, della smania di potere, o anche solo di un’ideologia di purificazione morale, ha il volto di una potente macchina di dolore umano non giustificabile. Da cui almeno i politici possono difendersi, attaccando. I cittadini comuni no. Il giorno in cui un magistrato, un giornalista, o anche un’aspirante criminologa si convincano della loro presunta colpevolezza, non gli resta che rassegnarsi al destino di un lungo purgatorio terreno.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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