Come salveremo l'economia dal coronavirus?

Diciamo la verità. Abbiamo tutti, governi e semplici cittadini, sottostimato la carica distruttiva dell'epidemia di coronavirus scoppiata in Cina. Con ogni probabilità, continuiamo a farlo ancora adesso. Per settimane abbiamo letto distrattamente di quanto stava accadendo nel lontano oriente, senza prendere in considerazione il fatto che il virus poteva viaggiare agevolmente in un mondo globalizzato e raggiungerci. Non diversamente si è comportata l'opinione pubblica dei paesi europei e degli Stati Uniti a fronte dell'insorgere della crisi in Italia.

A questo fenomeno collettivo di rimozione si è affiancata l'esitazione dei governi ad assumere misure ristrettive di contenimento del virus analoghe a quelle adottate dalla Cina e, in misura meno radicale, dall'Italia, consapevoli  dell'enorme danno economico che le stesse implicano.

Fino a qualche giorno fa le previsioni degli “esperti” economici indicavano un rallentamento  dell'economia mondiale nel primo e secondo trimestre dell'anno e una forte e rapida ripresa nella seconda parte dell'anno, secondo il noto schema a V. Oggi queste previsioni appaiono di un ottimismo irragionevole.

Come in una tempesta perfetta, la crisi ha colpito contemporaneamente l'offerta e la domanda mondiali di beni e servizi. Quanto alla prima, le misure di contenimento del virus adottate in Cina hanno interrotto la catena delle forniture che la globalizzazione ha distribuito nel mondo. Per fare solo un esempio, la Fiat (FCA) ha dovuto chiudere alcuni stabilimenti per carenza di componenti fabbricate in altri paesi.

Allo stesso tempo, il blocco dei voli, la chiusura degli esercizi commerciali, il confinamento delle persone nelle case e le altre misure adottate per contrastare la diffusione del virus hanno comportato un crollo della domanda. Nella maggior parte dei casi si tratta di una perdita secca, non determinata da un rinvio delle decisioni di spesa. Quando usciremo dalla crisi non andremo dieci volte di più al ristorante per recuperare le cene perdute.

La crisi epidemiologica è stata a sua volta l'innesco dello scoppio della bolla finanziaria cresciuta nell'ultima decennio. Quelle che all'inizio erano manovre speculative al ribasso si sono trasformate, man mano che l'allarme sociale cresceva, in una valanga di vendite. Con buona pace per la razionalità dei mercati, valutazioni che fino a poche settimane fa sembravano congrue si sono rapidamente dimezzate. E come si scopre sempre in queste occasioni, la liquidità disponibile è presto risultata sottodimensionata rispetto a quella richiesta dalla liquidazione degli asset.

Si spiega così perché le banche centrali, in particolare la FED, si siano precipitate a fornire al mercato liquidità in abbondanza e a costo zero, addirittura sostituendosi agli operatori di mercato come controparte delle cruciali operazioni di rifinanziamento a breve termine (i cosiddetti “repo”).

Ma se l'azione della banche centrali può essere d'aiuto a tenere a galla, per ora, il funzionamento dei mercati, essa risulta assai meno efficace a fronteggiare la grave crisi economica che si va profilando. Abbassare i tassi di interesse non fa regredire il virus, non fa ripartire gli aerei o riaprire i ristoranti, come non fa di per sé riavviare la catena delle forniture industriali.

Come è ormai chiaro a tutti, per far fronte allo shock economico in corso è necessario invece ricorrere a una politica fiscale estremamente espansiva. Questa non sarà tuttavia a costo zero. La manovra di 25 miliardi del governo italiano, cui dovranno seguirne altre, dovrà essere finanziata dai mercati, che già stanno speculando sul nostro gravoso debito pubblico.

Qualcuno, come chi scrive, aveva sperato che questa potesse essere l'occasione per dare nuovo slancio al processo di integrazione europeo. Si poteva pensare all'emissione di eurobond dedicati oppure a un impegno della BCE ad acquistare i titoli di Stato emessi per fronte all'emergenza. Le speranze non sono del tutto venute meno, ma i fatti sin qui occorsi non depongono bene. Il problema sono alcuni Paesi, con in testa la Germania, che si autodefiniscono virtuosi e che sono terrorizzati dal dover mettere in comune una parte delle risorse in vista del rafforzamento del progetto europeo.

Più che la “gaffe” della presidente della BCE Lagarde, ciò che fa riflettere è il sostegno che ha ricevuto il giorno successivo da parte di importanti ambienti economici e finanziari tedeschi. D'altra parte, come sottacere che la Germania si è decisa a inviarci una partita di mascherine solo dopo che la Commissione aveva minacciato una procedura sanzionatoria per violazione della normativa comunitaria in materia?

La Germania dovrà chiarire una volta per tutte se intende assumere la leadership di un'Europa unita oppure se vuole procedere da sola accompagnata da qualche gregario, con il conseguente dissolvimento del progetto comunitario. Lo sapremo nelle prossime settimane.