Come superare la sindrome dell’attivista perfetta: +ascolto +empatia +condivisione - narcisismo

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Attivista perfetta? No, grazie. Quando l’impegno per le piccole o grandi cause, per i diritti civili o per l’ambiente, ci fa sentire inadeguati, perché non siamo abbastanza radicali, non sufficientemente arrabbiati, non completamente coinvolti, allora meglio fare un passo indietro. Una pausa necessaria per recuperare le motivazioni di un attivismo politico o civile sano e positivo, libero dai sensi di colpa e dal dover-essere a tutti i costi. Nei movimenti, come nelle religioni, il rischio fanatismo è reale. Inoltre può succedere che ai singoli individui vengano riversate tutte le responsabilità dei mali del mondo. Dunque, spogliamoci dell’abito mentale dell’attivista perfetta e vediamo di indossare un più comodo modello di azione fatto di passioni e valori che sia funzionale al benessere. Ci dà qualche consiglio Francesca Andronico, psicologa e psicoterapeuta, coordinatrice del network territoriale dell’Ordine degli Psicologi del Lazio.

Le motivazioni all’impegno per le grandi cause

Due sono le motivazioni alla base dell’attivismo e dell’impegno politico e sociale in senso lato. Abbiamo una spinta individuale all’auto-realizzazione e una spinta sociale all’inserimento nel contesto in cui viviamo, perché noi siamo prima di tutto animali sociali. Questi due elementi si possono combinare e dosare in modo diverso in ciascuno di noi. In qualcuno può prevalere l’aspetto dell’auto-affermazione – del resto viviamo in una società narcisistica all’ennesima potenza – che, se portato agli estremi può portare a forme di bieco individualismo. In altri, può prevalere la spinta sociale a dedicarsi a una causa che sentiamo nostra: chi esagera rischia di focalizzarsi solo su quel tema, e perde di vista tutto il resto. Un giusto equilibrio tra questi due aspetti è quello più produttivo per l’individuo.

Impegnarsi per affermare se stessi

L’aspetto dell’auto-affermazione non è di per sé negativo, sia chiaro. Anche nell’altruismo c’è una spinta individuale che ha risvolti positivi sia per la persona che lo esercita che per chi lo riceve. Questo succede anche a noi psicologi: chi sceglie una professione di aiuto o di cura lo fa perché sente una spinta individuale, un bisogno di essere altruista, quindi lo fa prima di tutto per se stesso. Diverso se il desiderio di auto-affermazione viene portato all’estremo, porta ad atteggiamenti di chiusura e a creare conflitto, sostanzialmente perché si perde di vista l’altro e viene a mancare il dialogo. Casi di questo tipo li osserviamo in politica, che però, nella sua accezione primaria, sarebbe esattamente il contrario, ovvero l’abilità di dialogare con tutti, di accogliere vari punti di vista e fare sintesi.

Chi la pensa in modo diverso non è un nemico

Per evitare di scivolare nel radicalismo è importante saper accogliere l’altro, il diverso da me. Che non significa rinnegare i valori, ma accettare che possano coesistere ed essere condivisi valori diversi, chiaramente nei limiti del rispetto delle persone. Sapere e avere sempre presente che la diversità ci può arricchire è importante, come è importante saper ascoltare e sforzarsi di comprendere punti di vista diversi. E non fare come i bambini che, quando non vogliono ascoltare qualcosa che non gli piace, si mettono le mani sulle orecchie. Semmai, è necessario fare ricorso alle abilità sociali, all’apertura mentale, all’intelligenza emotiva, alla capacità di riconoscere le emozioni altrui, a costruire un dialogo, una rete con gli altri. E a capire che chi la pensa in modo diverso da me non è un nemico da evitare o addirittura da aggredire. Sono dinamiche che è bene tenere presente anche nelle relazioni di coppia o in famiglia. La capacità di tenere aperto il dialogo quando insorgono divergenze di opinioni anche importanti è fondamentale per la tenuta nei rapporti. Esercitarla nell’attivismo sano non può che fare un gran bene.

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