Compravendita-truffa, entra nel vivo processo vaticano a Becciu

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Città del Vaticano, 4 ott. (askanews) - Entra nel vivo martedì 5 ottobre il processo vaticano che ruota attorno alla compravendita-truffa di un immobile al centro di Londra costata alle casse della Santa Sede una cifra stimata tra 77 e 175 milioni di euro.

Fin dalla prima udienza, dedicata prima della pausa estiva alle eccezioni delle parti, il 27 luglio, accusa, difese e parti civili si sono scambiate accuse sulla correttezza stessa del processo.

Il cardinale Giovanni Angelo Becciu, l'imputato più illustre, ha assistito all'udienza e 'attende con serenità il prosieguo del processo', ha riferito in quell'occasione il suo avvocato, 'e la dimostrazione delle numerose prove e testimoni indicati che dimostreranno la Sua innocenza rispetto ad ogni accusa'.

Tra gli avvocati dei dieci imputati, in particolare, l'avvocato Luigi Antonio Paolo Panella, difensore di Enrico Crasso, per lunghi anni finanziere di riferimento della Segreteria di Stato, ha puntato il dito contro il fatto che le indagini sono state svolte in forza di alcuni 'rescritti' firmati direttamente dal Papa che avrebbero dato agli inquirenti carta bianca a prescindere dall'ordinamento vigente, dando cioè ai pm, ha detto l'avvocato, la possibilità di agire senza vaglio di un giudice istruttore. Da qui l'accusa al tribunale presieduto da Giuseppe Pignatone, ex procuratore capo di Roma, di essere un 'tribunale speciale' che ha imbastito un 'processo penale ad hoc' che vanifica il principio del giusto processo.

Fin dalla prima udienza, da parte sua, Pignatone ha voluto concedere alle difese tempo e margine per presentare ulteriori obiezioni e ha chiesto alla pubblica accusa di fornire la documentazione mancante.

Una polemica che è proseguita ancora negli ultimi giorni e che, in particolare, vede al centro dell'attenzione monsignor Alberto Perlasca, ex fidatissimo braccio destro di Becciu passato nel corso delle lunghe indagini, durante un paio d'anni, ad essere il principale accusatore. Monsignor Perlasca non è imputato. La difesa accusa i pm di non voler permettere l'accesso alla registrazione audio-video delle sue deposizioni.

Al centro della vicenda si trova un immobile nell'esclusivo quartiere di Chelsea, al centro di Londra. L'acquisto del palazzo fu avviato, tramite una rete di finanzieri e consulenti, all'epoca Becciu, nel 2014, era Sostituto agli Affari generali, ossia l'uomo di fiducia del Pontefice nella gestione della 'macchina' vaticana. Si trattava di un investimento immobiliare che avrebbe dovuto far fruttare i fondi gestiti allora dalla Segreteria di Stato ed ha invece causato danni ingenti alle casse vaticane.

Becciu, nunzio in Angola fino al 2011, quell'anno fu nominato da Benedetto XVI ai vertici della Segreteria di Stato. Nel 2013 valutò di investire i fondi a disposizione in un affare petrolifero proprio nel paese africano e, da quel che è stato possibile ricostruire, a tal fine coinvolse Enrico Crasso, allora funzionario del Credit Suisse. Crasso, a sua volta, coinvolse il finanziere Raffaele Mincione, che propose alla Segreteria di Stato un affare apparentemente più sicuro e remunerativo: l'acquisto, dilazionato nel tempo, di un immobile da lui precedentemente acquistato al centro di Londra, a Sloane avenue 60, un edificio che ha ospitato in passato i magazzini di Harrods ed ospita ora appartamenti ed uffici. Il fondo di investimento Centurion di Crasso è coinvolto nell'operazione. A coadiuvare Becciu nell'affare, monsignor Alberto Perlasca, allora a capo dell'ufficio finanziario della Segreteria di Stato, e un dipendente laico della stessa, Fabrizio Tirabassi.

Chi ha truffato, chi è stato truffato, chi ha fatto una eventuale 'cresta' sulla truffa, è uno dei problemi che i magistrati vaticani hanno cercato di districare nel corso delle indagini.

La Segreteria di Stato decise di investire una parte dei fondi che gestiva nell'Athena Global Opportunities di Raffaele Mincione. Dal Credit Suisse di Lugano, all'epoca banca di riferimento della Prima sezione della Segreteria di Stato, partirono 200 milioni di dollari: una parte per acquistare il 45% dell'immobile (Mincione, che lo aveva acquistato in precedenza, ne conservava il restante 55%), una parte usata da Mincione per investimenti mobiliari che, ha scritto Vatican News, erano 'in contrasto con le istruzioni della Segreteria di Stato' (l'acquisizione di società, la sottoscrizione di Bond emessi da società dello stesso Mincione, l'acquisizione di quote societarie di società del settore tecnologico quotate in Borsa e anche l'acquisizione di azioni di Banca Carige e Popolare di Milano).

Nel 2018, ad ogni modo, all'orecchio del successore di Becciu, il monsignore venezuelano Edgar Pena Parra, giunge notizia che il valore dell'investimento nel fondo Athena si è deprezzato, gli altri investimenti hanno registrato perdite, e il successore di Becciu decide di cambiare tutto: rilevare il 100% dell'immobile e cedere le quote della società di Mincione.

Per finalizzare l'acquisto, e chiudere l'intricata vicenda, coinvolse lo Ior (Istituto per le opere di religione). Con modalità che, però, destarono sospetti. La stessa 'banca vaticana', infatti, non avendo ricevuto le dovute spiegazioni, sporse denuncia all'ufficio del Revisore generale e alla magistratura vaticana. E', questa la conseguenza delle nuove normative introdotte dal papa in materia finanziaria. Ed è il motivo per il quale, con una qualche soddisfazione, Francesco in persona ha avuto a notare che 'è la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro, non da fuori'. Da un'indagine interna, cioè, è non, ad esempio, da una inchiesta della magistratura italiana che cerca, tramite rogatoria, di fare luce su oscure trame oltretevere, come più volte avvenuto in passato.

Alla guida del tribunale vaticano, peraltro, c'è, ora, Giuseppe Pignatone, ex procuratore capo di Roma. La pubblica accusa (in Vaticano, l'ufficio del 'promotore di giustizia') è guidata dall'avvocato Gianpiero Milano, coadiuvato da Alessandro Diddi, avvocato al foro di Roma.

La vicenda 'opaca' dell'immobile di Sloane Avenue (copyright del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin), ha mostrato, come ha detto il papa, che c'è stata 'corruzione'. Ma per tentare esattamente di ricostruire ruoli e movimenti finanziari sono stati necessari lunghi mesi di indagini.

Mesi durante i quali, però, sono già accadute molte cose. Innanzitutto sono cadute molte teste. Senza grandi spiegazioni da parte vaticana, cinque dipendenti (Tommaso Di Ruzza, direttore dell'Aif, monsignor Mauro Carlino, a lungo segretario di Becciu, e tre dipendenti in Segreteria di Stato: Fabrizio Tirabassi, Vincenzo Mauriello e Caterina Sansone) sono stati dapprima sospesi, poi - lo ha raccontato il Messaggero - licenziati. Il direttore dell'Aif, Reé Bruehlart, non è stato confermato. Dopo una fuga di notizie sulla loro sospensione, raccontata dall'Espresso, si è dimesso il comandante della Gendarmeria vaticana Domenico Giani. Poi, come ha scritto Avvenire, anche Perlasca è stato rinviato alla sua diocesi di origine, a Como.

Ma il caso più eclatante è stato senz'altro la decisione del papa, il 24 settembre del 2020, di licenziare Angelo Becciu, nel frattempo prefetto della congregazione per le Cause dei santi, togliendogli altresì i diritti legati al cardinalato. Decisione che il papa non ha spiegato, come del resto un Pontefice non spiega mai perché, sovranamente, concede la berretta cardinalizia a un prelato anziché ad un altro. Lo scorso giovedì santo, quando è solito celebrare la messa 'in coena Domini' nelle carceri, il papa è andato a celebrare nella cappella della residenza del suo antico collaboratore - mossa interpretata dall'entourage di Becciu come una riabilitazione - ma da quel 24 settembre 2020, di fatto, il porporato focolarino non è stato reintegrato nelle sue funzioni.

Una seconda decisione presa dal papa in questi mesi è stata di modificare l'ordinamento giudiziario vaticano per far sì che anche i cardinali e i vescovi possano essere processati dal tribunale vaticano. Fino al motu proprio dello scorso 30 aprile, anche se rinviati a giudizio comparivano davanti alla Corte di Cassazione presieduta da un porporato parigrado.

In precedenza, ad agosto, il papa - terza scelta eclatante - aveva disposto, con una lettera al cardinale Parolin, che la cassa gestita autonomamente dalla Segreteria di Stato passasse sotto l'Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica (Apsa). La Segreteria di Stato ha infatti gestito sino ad allora in autonomia due fondi, l'Obolo di San Pietro (pari al 6% del bilancio vaticano complessivo) e un'altra cassa di Fondi Intitolati che fu creata da Paolo VI per gestire con discrezionalità le eventuali emergenze, pari al 3% del budget totale. Il primo a denunciare l'esistenza di un fondo fuori controllo gestito autonomamente dalla Segreteria di Stato fu, anni fa, il cardinale George Pell, all'epoca prefetto della Segreteria per l'Economia. E per quanto le perdite dell'immobile di Londra non abbiano intaccato l'Obolo di San Pietro, ossia la colletta per il papa raccolta dai fedeli di tutto il mondo, Francesco ha deciso di dare un taglio netto, e privare la Segreteria di Stato della sua cassa. Essa, ha spiegato il papa, 'è senza ombra di dubbio il Dicastero che sostiene più da vicino e direttamente l'azione' del pontefice 'nella sua missione, rappresentando un punto di riferimento essenziale nella vita della Curia e dei Dicasteri che ne fanno parte. Non sembra, però, necessario, né opportuno che la Segreteria di Stato debba eseguire tutte le funzioni che sono già attribuite ad altri Dicasteri. E' preferibile, quindi, che anche in materia economica e finanziaria si attui il principio di sussidiarietà, fermo restando il ruolo specifico della Segreteria di Stato e il compito indispensabile che essa svolge'.

Quanto all'Obolo di San Pietro, gli uomini del papa hanno fatto in modo che le perdite causate dalla compravendita del palazzo di Londra non intacchino le offerte dei fedeli. 'Le svalutazioni e le perdite del palazzo di Londra ', come ha spiegato il prefetto della Segreteria per l'Economia, padre Juan Antonio Guerrero, 'non sono ricadute sui fondi dell'Obolo ma su altri fondi detenuti dalla Segreteria di Stato'.

Nel corso dei mesi, inoltre, sono emersi due nuovi protagonisti dell'affaire di Sloane avenue. In particolare, l'estate di un anno fa venne arrestato e interrogato in Vaticano, e infine rilasciato, un broker, Gianluigi Torzi. Per concludere l'acquisto, infatti, i collaboratori di Pena Parra - ereditati da Becciu - individuarono per questa operazione Gianluigi Torzi come intermediatio. L'uomo, che già conosceva Mincione, oltre a concordare una cifra di 44 milioni di euro che la Segreteria di Stato versò a Mincione a mo' di conguaglio, tramite Credite Suisse, avrebbe ceduto la società subentrata come proprietaria dell'immobile, Gutt Sa, dietro versamento di altri 15 milioni di euro. Per il Vaticano, un'emorragia continua di denaro.

Mincione, in una intervista al Corriere della Sera del 13 ottobre dell'anno scorso, faceva questi calcoli: 'Hanno messo 147 milioni nel 2014 e ora ci hanno dato 44 milioni. C'è un mutuo di 130 milioni. Tutto il palazzo dunque è costato 320 milioni di euro, cioè 287 di sterline'. Poi a causa della Brexit e ora del coronavirus il prezzo sarebbe calato. Ricostruzione diversa viene data dal Palazzo apostolico. L'immobile, ha scritto la scorsa estate Vatican News, 'era stato acquistato da una società di Mincione nel dicembre 2012 ad un valore di 129 milioni di sterline', e su di esso 'gravava un mutuo molto oneroso pari a 125 milioni di sterline'. Proprio per rifinanziare l'oneroso mutuo la Segreteria di Stato avrebbe chiesto allo Ior, nel gennaio 2019, un anticipo di 150 milioni, all'origine delle indagini.

Una versione molto diversa ha ricostruito il Vaticano. Come ha avuto a dire mons. Nunzio Galantino, presidente dell'Apsa, 'la quantificazione delle perdite dipende dalle valutazioni riguardanti le azioni della società che possedeva il palazzo e il valore del palazzo stesso. Stime indipendenti fanno oscillare le perdite tra fra 66 e 150 milioni di sterline', ossia tra 77 e 175 milioni di euro.

Parzialmente scagionato da un magistrato di Londra, intanto, contro Torzi è scattato lo scorso maggio un mandato d'arresto dalla Guardia di finanza di Roma, con l'accusa di emissione e annotazione di fatture per operazioni inesistenti e autoriciclaggio.

Un secondo personaggio emerso nel frattempo è Cecilia Marogna. Nei mesi scorsi arrestate e poi rilasciata dalla Guardia di finanza di Milano, su richiesta della magistratura vaticana, la donna, in diverse interviste, si è presentata come un agente dei servizi segreti italiani cooptata da Becciu per operazioni di sicurezza in giro per il mondo. 'Rivendico il risultato di aver costruito una rete di relazioni in Africa e Medio Oriente per proteggere Nunziature e Missioni da rischi ambientali e da cellule terroristiche', ha detto al Corriere della sera. 'Ho aperto la società in Slovenia per motivi geopolitici: pensavo che la prossima polveriera sarebbe stata quella dei Balcani. E per incrementare rapporti con Paesi come Georgia, Ucraina, Serbia, Bosnia, Slovenia. La mia società Logsic è specializzata in operazioni umanitarie'. La donna ha confermato di aver ricevuto un versamento di 500mila euro dalla Segreteria di Stato all' epoca in cui Becciu era Sostituto agli affari generali, ossia numero due dopo il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin: 'Una grossa parte dei 500 mila euro era quella rimasta su un conto poi chiuso per mancata movimentazione. I conti erano due, appoggiati sulla Unicredit di Lubjana'. L' avvocato del cardinale Becciu, Fabio Viglione, ha precisato che 'i contatti con Cecilia Marogna attengono esclusivamente questioni istituzionali'.

I protagonisti della intricata vicenda sono dunque molti. Tanto che il tribunale, che si trova a pochi passi dalla gendarmeria, nelle ultime settimane, ha allestito nei Musei vaticani una nuova sala più spaziosa Per rispettare il distanziamento sociale imposto della pandemia. E fare spazio ad un maxi-processo che ha molti protagonisti.

La scorsa estate, infatti, il Presidente del tribunale ha disposto la citazione a giudizio di dieci imputati: il cardinale Becciu, nei cui confronti si procede per i reati di peculato ed abuso d'ufficio anche in concorso, nonché di subornazione, ossia aver tentato di influenzare con denaro un testimone; René Bruelhart, al quale l'accusa contesta il reato di abuso d'ufficio; mons. Mauro Carlino, segretario particolare di Becciu, al quale l'accusa contesta i reati di estorsione e abuso di ufficio; Enrico Crasso, al quale l'accusa contesta i reati di peculato, corruzione, estorsione, riciclaggio ed autoriciclaggio, truffa, abuso d'ufficio, falso materiale di atto pubblico commesso dal privato e falso in scrittura privata; Tommaso Di Ruzza, al quale l'accusa contesta i reati di peculato, abuso d'ufficio e violazione del segreto d'ufficio; Cecilia Marogna, alla quale l'accusa contesta il reato di peculato; Raffaele Mincione, al quale l'accusa contesta i reati di peculato, truffa, abuso d'ufficio, appropriazione indebita e autoriciclaggio; Nicola Squillace, al quale l'accusa contesta i reati di truffa, appropriazione indebita, riciclaggio ed autoriciclaggio; Fabrizio Tirabassi, al quale l'accusa contesta i reati di corruzione, estorsione, peculato, truffa e abuso d'ufficio; Gianluigi Torzi, al quale l'accusa contesta i reati di estorsione, peculato, truffa, appropriazione indebita, riciclaggio ed autoriciclaggio; e nei confronti delle società: HP Finance LLC, riferibile ad Enrico Crasso, alla quale l'accusa contesta il reato di truffa; Logsic Humanitarne Dejavnosti, D.O.O., riferibile a Cecilia Marogna, alla quale l'accusa contesta il reato di peculato; Prestige Family Office SA, riferibile ad Enrico Crasso, alla quale l'accusa contesta il reato di truffa; Sogenel Capital Investment, riferibile ad Enrico Crasso, alla quale l'accusa contesta il reato di truffa.

'L'iniziativa giudiziaria è direttamente collegabile alle indicazioni e alle riforme di Sua Santità Papa Francesco, nell'opera di trasparenza e risanamento delle finanze vaticane; opera che, secondo l'ipotesi accusatoria, è stata contrastata da attività speculative illecite e pregiudizievoli sul piano reputazionale nei termini indicati nella richiesta di citazione a giudizio', si legge in una nota della pubblica accusa.

Il papa, da parte sua, è intervenuto di recente sulla vicenda. 'Tutto - ha detto in una intervista alla radio cattolica spagnola Cope - è iniziato con due denunce di persone che lavoravano in Vaticano e che nelle loro funzioni hanno visto un'irregolarità. Hanno fatto una denuncia e mi hanno chiesto che cosa fare. Io ho detto loro: se volete andare avanti dovete presentare tutto al procuratore. La cosa era un po' impegnativa, ma erano due persone per bene, erano un po' timorosi e allora, come per dare loro coraggio ho messo la mia firma sotto la loro. Per dire: questo è il cammino, non ho paura della trasparenza e neppure della verità. A volte fa male, e molto, ma è la verità a renderci liberi. Così è stato semplicemente. Ora, che da qui a qualche anno esca fuori altro. Spero che questi passi che stiamo compiendo nella giustizia vaticana aiutino a far sì che fatti del genere accadano sempre meno'.

Quanto a Becciu, 'è sottoposto a giudizio secondo la legislazione vaticana. Un tempo i giudici dei cardinali non erano i giudici di Stato come avviene oggi ma il capo dello Stato. Io - ha detto Francesco - spero di tutto cuore che sia innocente. Tra l'altro è stato un mio collaboratore e mi ha aiutato molto. E' una persona che stimo molto, ossia il mio auspicio è che ne esca bene. Ma, diciamolo, è una maniera affettiva della presunzione d'innocenza. Oltre alla presunzione d'innocenza, ho voglia che ne esca bene. Sarà però la giustizia a decidere'.

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