Comunità energetiche, la decarbonizzazione che parte dal basso

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Roma, (askanews) – Gli ambiziosi obiettivi europei di decarbonizzazione al 2030 e al 2050 rappresentano una sfida non solo per i decisori e gli operatori del settore, ma anche per i cittadini e i territori che hanno a disposizione uno strumento innovativo per contribuire al raggiungimento dei target stabiliti: le comunità energetiche rinnovabili. Un modello che vede gli utenti finali del mercato elettrico – cittadini, amministrazioni locali e imprese del territorio – sviluppare e gestire collettivamente progetti e servizi energetici i cui benefici ricadono direttamente su di loro in termini non solo ambientali ma economici e sociali. Luiss Business School e RSE hanno condotto uno studio che, oltre a tracciare una mappa delle prime esperienze di comunità energetiche nel nostro Paese, offre spunti e suggerimenti per il loro sviluppo. I risultati della ricerca sono stati occasione di un ampio confronto nel corso dell’evento “Community Energy Map”, organizzato da Luiss e RSE nella cornice di Villa Blanc a Roma.

A spiegare il ruolo che le comunità energetiche possono giocare nel cammino verso la decarbonizzazione è Maurizio Delfanti, amministratore delegato RSE.

“In effetti le Comunità costituiscono una delle modalità con cui sviluppare la transizione energetica. È il modello bottom-up, che parte dal basso, dai territori, dalla volontà dei singoli cittadini, e poi in via sempre più aggregata, di costituirsi per autoprodurre l’energia che gli serve. Dai modelli che si sono sviluppati fino ad ora cogliamo due livelli di beneficio: uno è quello energetico, cioè aumentiamo la quota di rinnovabili nel sistema elettrico nazionale; l’altro è quello di coesione sociale, territoriale.

Tutta questa evoluzione è ancora in fase prototipale, per cui dei modelli che abbiamo visto finora non ce n’è nessuno che scarterei per lo sviluppo futuro. Ce ne sono alcuni che sembrano più promettenti. Se pensiamo al fatto che nel recepimento definitivo delle direttive si affermeranno dimensioni spaziali più ampie, non più limitate a perimetri di pochi km quadrati ma dimensioni territoriali ben più larghe, allora lì possiamo vedere come il co-interessamento anche di realtà più rilevanti come piccole e medie imprese, sempre a partire da un concetto di coesione territoriale, possa essere secondo noi la chiave per uno sviluppo più ampio, più diffuso e più pervasivo sulla rete nazionale di queste forme di comunità”.

Per Matteo Giuliano Caroli, Associate Dean for Internationalization di Luiss Business School, perché le comunità energetiche possano sviluppare le loro potenzialità occorre investire sulle competenze. “È un contributo potenzialmente molto importante perché si innesta in un nuovo modello organizzativo complessivo del sistema energetico caratterizzato anche dallo sviluppo di iniziative dal basso e questo integra poi la gestione dell’offerta di energia più tradizionale che ovviamente rimarrà assolutamente centrale. È una grande opportunità anche per le comunità meno centrali, un’opportunità di innovazione tecnologica e anche organizzativa, e questo probabilmente è il nodo cruciale: lo sviluppo di competenze gestionali e tecniche negli attori che saranno coinvolti nelle Comunità Energetiche.

Questo è l’elemento fondamentale. Le competenze di chi gestirà le Comunità Energetiche, le competenze degli attori pubblici a livello locale che interagiranno con le Comunità Energetiche e anche competenze per gestire l’autoproduzione ma anche la commercializzazione di piccole quantità di produzione elettrica. È un nuovo modello. In Europa, in particolare in Germania ci sono esperienze ormai consolidate che dimostrano che questo modello integra – non si potrà essere tutto Comunità Energetica – il sistema complessivo di produzione dell’energia elettrica”.

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