Con Intesa, Ubi maior... minor cessat. Verso un bipolarismo bancario

(Photo: NurPhoto via Getty Images)

L’offerta di Intesa Sanpaolo su Ubi Banca può avere un forte impatto sul settore bancario italiano, non tanto per il rafforzamento della prima banca italiana quanto piuttosto perché venendo meno il terzo aggregatore del mercato sarebbe più incerto il futuro delle banche meno patrimonializzate. In questa fase, le condizioni del settore danno maggior spazio alle aggregazioni decise dai management delle banche e non, come spesso è accaduto, dalle autorità monetarie e di vigilanza: così Intesa Sanpaolo ha potuto scegliere Ubi Banca - definita dallo stesso scalatore “la miglior banca di medie dimensioni sia in termini di bilancio che di dedizione all’economia reale e alla sostenibilità, una piccola Intesa Sanpaolo” - anziché Mps, operazione che pure le avrebbe certamente assicurato la gratitudine di tutti gli stakeholder del mercato politico economico e finanziario. 

Sono le riflessioni raccolte da Huffpost di Marco Onado, professore di economia finanziaria alla Bocconi, e di Marcello Messori, docente di Economia alla Luiss dinanzi a un’operazione, che per la prima volta non è la conseguenza o è finalizzata a mettere in sicurezza imprese e depositanti, ma prende di mira una banca con conti in ordine e un piano di sviluppo appena varato.   

Il prof. Marcello Messori sottolinea che Ubi era da tutti considerata la terza banca intorno a cui costituire un polo di dimensioni se non paragonabili a Intesa Sanpaolo e Unicredit, capace almeno di accorciare le distanze. Se l’acquisizione andrà in porto, un possibile aggregatore scomparirà e nel sistema tutto si complicherà. “Ci saranno minori possibilità di scegliere un partner che sia rilevante e in salute, come Ubi, spingendo magari le altre banche verso la scelta, credo sbagliata, di uno stand alone”, avverte Messori. In pratica sul mercato rimarrebbero player problematici per dimensioni o situazione economica e finanziaria, con ancora minori possibilità di selezionarsi un compagno di avventura finendo, in prospettiva, di vedere peggiorare ancora le proprie condizioni. E se fosse proprio il fine ultimo della strategia di Intesa Sanpaolo? “Non so valutare”, taglia corto Messori.

Il problema è quindi più per chi resta fuori. Per il sistema forse sarebbe stato preferibile che Intesa acquistasse Mps, banca tornata sotto il controllo pubblico e con un processo di risanamento ancora in corso. Il prof. Marco Onado concorda, ma rimarca che “oggi non sono più i tempi, e di questo bisogna rallegrarsene, in cui erano le autorità che dicevano chi doveva sposarsi con chi. C’è una maggiore libertà imposta dai fatti” che probabilmente è anche una delle ragioni che ha spinto Messina ad anticipare tutti facendo la propria scelta anziché subirla.

Sull’offerta di Intesa Sanpaolo, che il Ceo Carlo Messina ha chiarito di considerare “equa” e quindi non suscettibile di modifiche, si pronuncerà il Cda di Ubi convocato per domani. Saranno però interessanti anche i pronunciamenti degli organismi di vigilanza bancaria e antitrust. 

Per l’ex ministro del Tesoro Padoan il fatto nuovo è “l’avvio anche in Italia del processo di trasformazione che l’introduzione delle tecnologie sta portando nel sistema bancario perché le innovazioni rendono troppo grandi le banche, anche le italiane per numero di sportelli e di dipendenti. Le banche stanno riducendo gradualmente e progressivamente l’uno e l’altro ma hanno dimensioni ancora troppo grandi”. Così ben vengano le aggregazioni. “ Se c’è un primo processo di aggregazione spero che ne arrivino altre il sistema ha bisogno di concentrarsi”, ribadisce l’ex ministro che non si preoccupa per la scomparsa di un istituto potenzialmente aggregatore: “ Certo mettere insieme due debolezze non piace a nessuno, ma ci sono anche gli sportelli messi in vendita da Intesa “, che potranno servire alla crescita di qualche altro soggetto. Ma il processo è fisiologico si va verso una maggiore concentrazione del sistema.

Onado sottolinea che “il fatto che Intesa tre anni fa avesse fatto quell’operazione con le banche venete a condizioni molto favorevoli le ha dato leadership e robustezza patrimoniale per affrontare un’operazione di questo genere”. Questo ha riallineato i rapporti fra le autorità e il management bancario e così in attesa di occasioni oltre confine, che al momento non sembrano possibili,  per il professore c’è ancora tanto da fare dentro le banche in Italia. “Se e quando si libereranno i mercati europei, si vedrà. Ma adesso c’è un problema di razionalizzazione produttiva. Il governatore Ignazio Visco al Forex ha detto che la redditività del compatto è ancora insufficiente. Intesa Sanpaolo sta meglio della media, ma con questi chiari di luna in termini di tassi di interesse e tassi di reddittività… Il margine di intermediazione è intorno al 2%, all’inizio del secolo era al 4%, immagini le conseguenze per un settore che affronta un calo di redditività di questo genere: è una roba consistente che richiede innanzitutto una bella cura dimagrante a livello di sistema”.

Quindi una delle operazioni che si possono fare, se non si vuole tagliare il proprio grasso, è quella di ridurre il numero dei concorrenti: “Certo, ma bisognerà vedere anche che cosa dirà l’Antitrust - prosegue Onado - sono oltre 300 sportelli che andranno a Bper, senza che nessuno glielo abbia chiesto”, cioè senza essere il frutto di un salvataggio, operazioni che in genere godono di un occhio di riguardo da parte delle autorità. A Intesa “si sono resi conto che, dal punto di vista della concentrazione, non è priva di effetti”. Il problema sarà verificare se l’Antitrust si accontenta “dell’osso che le hanno già dato, i 300 sportelli, oppure no”. Ubi ha 780 filiali, ma di queste, dopo la fusione ne rimarrà un numero imprecisato dentro il primo gruppo italiano. Intesa per prevenire le obiezioni dell’Antitrust si è impegnata a vendere un pacchetto di 400/500 agenzie, ma non ha chiarito se saranno tutte di provenienza Ubi o anche altre già in mano a Bper. Basterà? “Nel settore bancario quello che conta sono i mercati locali, è lì che vanno valutate le conseguenze di una aggregazione. Qual è oggi la quota di mercato in Veneto di Intesa oggi? È questo che conta per una piccola impresa che deve accedere al credito. I conti sui prestiti e i depositi si fanno sempre a livello di mercato locale. Bisogna vedere come reagirà l’Antitrust davanti ai numeri veri”.

 

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