Con lo sblocco dei licenziamenti rischiano il posto 150 mila lavoratori

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AGI - Al termine del blocco dei licenziamenti potrebbero esserci 150 mila persone che rischiano di perdere il lavoro: una cifra "importante ma meno grave" rispetto a quella indicata in precedenza da chi paventava la perdita di 1 milione di posti. Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt, condivide le stime dell'Ufficio parlamentare di bilancio e ricorda che finora sono già uscite dal mercato 600 mila unità, nonostante il blocco su cui continua "il tira e molla" tra Confindustria e sindacati. "Nonostante le pressioni - sottolinea Seghezzi in un'intervista all'AGI- credo che prevarrà la soluzione di compromesso: la norma c'è".

In questo quadro, il contratto di rioccupazione previsto dal decreto Sostegni bis rappresenta "un modo per cercare di accompagnare la prima fase dopo lo sblocco dei licenziamenti ma non credo - afferma Seghezzi - abbia il potenziale per convincere le imprese ad assumere a tempo indeterminato, in un momento in cui l'incertezza resta elevata. Credo sia una norma tampone, ancora di ambito emergenziale. Ma ormai è passato tanto tempo da marzo: non si può continuare a fare norme emergenziali rimandando quelle strutturali. Occorre programmare perché non si potrà discutere della riforma delle politiche attive ad ottobre: va fatto prima".

Il problema - fa notare lo studioso - è la ricollocazione dei lavoratori che verranno espulsi: "sarà difficile, soprattutto se verranno da azienda fallite". Il nodo, prosegue, è la mancanza di strumenti per incrociare domanda e offerta: servono centri per l'impiego che funzionino, che facciano dialogare pubblico e privato. "E' probabile - ribadisce Seghezzi - che vi saranno lavoratori licenziati dopo tanti anni passati in azienda, privi delle competenze necessarie per essere assorbiti altrove. Ma sulla formazione bisogna sbrigarsi".

Da considerare poi che se i salari si avvicinano troppo ai sussidi e i controlli sull'erogazione non sono efficaci, parte dei lavoratori non sarà disposta a rimettersi in gioco e si affiderà al welfare. "D'altronde - aggiunge il presidente della Fondazione Adapt - dopo essere andati in Centri per l'impiego che non funzionano, è facile che molti lavoratori preferiscano aspettare la pensione". 

Secondo Seghezzi occorre quindi procedere speditamente con la riforma delle politiche attive coinvolgendo i territori: "la ricollocazione è diversa in provincia di Lodi o di Campobasso: il supporto dei territori è indispensabile". 

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