"Con Matteo non si sa mai". I governisti della Lega chiederanno chiarimenti

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(Photo: AM POOL via Getty Images)
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“Se Salvini esce dal governo, entriamo noi. Siamo nati dopo l’esecutivo Draghi e non poniamo il problema, ma siamo pronti”. L’avvertimento di Gaetano Quagliariello, senatore di “Coraggio Italia” - il movimento di Toti e Brugnaro che conta 32 parlamentari – echeggia forte e chiaro nel day after dell’ultima “salvinata”, come qualcuno battezza lo strappo del leader leghista sulla delega fiscale. Perché se il termometro dei Palazzi considera al momento remota l’ipotesi che la Lega esca dalla maggioranza a febbraio, tutti si premurano di aggiungere che “con Matteo non si sa mai fino in fondo”. E dunque, è partito l’”estote parati”. Il cordone sanitario sta cominciando a circondare il governo Draghi.

In allerta l’ala governista del Carroccio, con il sottosegretario all’Agricoltura Centinaio che ad HuffPost sottolinea gli impegni presi con Draghi e Mattarella per arrivare a fine legislatura, e il titolare dello Sviluppo Economico Giorgetti, riapparso dopo la sedia vuota in cabina di regia, che tiene il profilo basso: “Al governo lavoriamo, lavoriamo”. Mentre da Forza Italia la ministra Carfagna avvisa: “Non credo che Salvini comprometterà gli equilibri di questo governo, gli italiani non capirebbero”. Grande understatement a ballottaggi in corso, ma raccontano che anche la delegazione governativa si sia un po’ stufata di essere “telecomandata” dal capo all’ultimo minuto – ora si vota, ora ci si astiene – e che, a urne chiuse, chiederà il fatidico “chiarimento” sulla road map del governo. E, di conseguenza, sulle prospettive di durata.

Salvini ha un problema e una ragione. Il primo è tenere il partito, prima ancora che evitare il sorpasso di FdI che sul draghismo ha le mani libere. Glielo hanno ripetuto Molinari e altri dirigenti: se con il governo gialloverde i voti erano aumentati e adesso calano è perché sono deboli sui temi identitari. Qualcosa non torna. Anzitutto, nei rapporti con il premier: non solo i pasdaran sono ormai convinti che serva un’interlocuzione diretta tra i due. Vuoi la cabina di regia, vuoi, come suggerisce Borghi qualcosa di più informale purché “premier e leader della maggioranza si parlino direttamente”. Per sgombrare il campo dai sospetti di sgambetti o maggioranze Ursula che agitano l’animo notoriamente sospettoso del Captano. E per non far sentire La Lega la Cenerentola dell’unità nazionale.

Draghi ha annunciato che presto si vedranno, e c’è stato un sospiro di sollievo collettivo. Incidente rientrato, fino alla prossima volta. “Ma quale strumentalizzazione elettorale – protesta Borghi – abbiamo lavorato sette mesi in commissione per espungere la revisione del catasto, l’abbiamo votata tutti insieme e poi ce la ritroviamo in consiglio dei ministri. La Lega non vuole rompere ma non può dire sì a cose indigeribili, cambieremo il testo in Parlamento”. Già, perché Salvini una ragione ce l’ha: non può prendere schiaffi a destra dall’opposizione meloniana e a sinistra dalla maggiore visibilità del Pd. E il binomio tasse più casa agli elettori di centrodestra fa l’effetto del drappo rosso davanti al toro (lo sa anche Berlusconi, che però in questa fase ha altre priorità e fischietta). Ecco perché i governatori del centrodestra di governo (Zaia, Fedriga, Fontana, Fugatti, Tesei, Solinas) hanno seguito Salvini con una nota: “Serve un approfondimento, no all’aumento di tasse sulla casa”.

Il confine, però, è labile. I più avveduti evocano Giorgetti, e il rischio di un Parlamento balcanizzato da febbraio. “Se continua così Salvini regalerà Draghi alla sinistra” scuote la testa Quagliariello. L’ala barricadera non si straccia le vesti: “E’ semplice, basta che sostituiscano Quota Cento con la Fornero e un minuto dopo si fanno la loro maggioranza Ursula”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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