Con questo Parlamento l'elezione per il Quirinale sarà uno show

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Il tabellone dell'aula del Senato con l'esito della votazione sulla cosiddetta 'tagliola', chiesta da Lega e FdI, Roma, 27 ottobre 2021. A favore, 154 senatori, 131 i contrari e due astenuti. Salta cosi' l'esame degli articoli ed emendamenti del ddl Zan, per cui l'iter si blocca.  ANSA/ETTORE FERRARI (Photo: ETTORE FERRARI ANSA)
Il tabellone dell'aula del Senato con l'esito della votazione sulla cosiddetta 'tagliola', chiesta da Lega e FdI, Roma, 27 ottobre 2021. A favore, 154 senatori, 131 i contrari e due astenuti. Salta cosi' l'esame degli articoli ed emendamenti del ddl Zan, per cui l'iter si blocca. ANSA/ETTORE FERRARI (Photo: ETTORE FERRARI ANSA)

È Pier Luigi Bersani a dire quel che pensano tutti i leader ma che nessuno ha il coraggio di dire: ”Temo una prova generale per il quarto scrutinio per il Quirinale”. Parla per fatto personale, Bersani, ma parla anche a ragion veduta. Perché nel voto sul ddl Zan si sono palesati tutti gli incubi del centrosinistra allargato ai 5 stelle: i gruppi sono fuori controllo. Dal pallottoliere mancano almeno 18 voti, che considerando i 149 stimati inizialmente significa che un 15% di quella compagine è fuori controllo. Dice anche Bersani che ”è tempo che il campo progressista prenda piena coscienza della situazione”. Perché in effetti il problema è tutto da quella parte dell’emisfero politico. Almeno sulla legge Zan il centrodestra ha marciato compattamente, incassando più del preventivato.

I giallorossi, così come li avevamo conosciuti ai tempi del secondo governo di Giuseppe Conte, non esistono più. I sospetti di Pd e M5s si addensano tutti su Italia viva, che risponde sdegnata alle accuse. Dice un senatore Dem che “se quelli, che fanno tanto i riformisti, in Sicilia hanno fatto l’accordo con Micciché di cosa stiamo parlando esattamente?”. Se c’era bisogno di una prova che quella compagine non esistesse più eccola servita su un piatto d’argento, nonostante Enrico Letta continui a lavorare sulla sua idea di campo largo, di Ulivo 2.0 con tutti dentro. Una che a Palazzo ne ha viste tante come Emma Bonino lancia un segnale al Nazareno: “Letta valuti bene chi si sceglie come alleato”.

Mentre si consuma la sconfitta, Giuseppe Conte è a Palazzo Madama per incontrare i parlamentari di alcune Commissioni. Il primo pensiero va lì: “Ma sono stati quelli di Italia viva? Ora li dobbiamo attaccare”. I suoi non si fanno pregare, il bersaglio è fin troppo facile. Ma non si possono nascondere i fatti: anche se tutti i renziani presenti avessero votato a favore della tagliola che ha affossato lo Zan, mancherebbero all’appello altri 8 voti. Non una valanga, ma nemmeno pochi se proiettati sui giochi quirinalizi.

E non basta nemmeno il capro espiatorio di Italia Viva per esaurire tutti gli strascichi di un voto che lascerà più di una cicatrice sul campo. Sentite Gianluca Castaldi, che per i 5 stelle è stato sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento: ” L’hanno affossato Italia viva e una decina del Pd”. Castaldi proprio un passante non è, il clima di diffidenza tra quelli che prima del governo insieme sono stati arci nemici si è irrobustito dopo la sconfitta. Dice un senatore pentastellato: “Se pensiamo che basti un pranzo tra Conte e Letta per andare d’amore e d’accordo non abbiamo capito nulla”. A microfoni accesi tutti i 5 stelle sono sicuri: il gruppo ha votato compatto. Appena si spengono nessuno è pronto a mettere la mano sul fuoco che qualche franco tiratore non sia ascrivibile alle loro fila. E d’altronde anche nel Pd sono volati stracci, con la senatrice Valeria Fedeli in lacrime a chiedere che si dimettessero i responsabili di una partita gestita così male e alcuni colleghi che le puntano il dito contro lei e contro i cattolici del partito, di aver ingrossato le fila del centrodestra.

“Una bella prova di forza”, si fa bello un senatore leghista, mentre Ignazio La Russa passa in rassegna i colleghi M5s cantilenando “chi troppo vuole nulla stringe”. Le truppe del Carroccio, di Fratelli d’Italia e di Forza Italia si sono ingrossate nel voto segreto, un dato che non è passato inosservato nella war room del Pd. Al Nazareno sono consapevoli che, a partire dal quarto scrutinio quando basterà la maggioranza assoluta del collegio elettorale, al centrodestra mancherebbero appena una cinquantina di voti per eleggere un proprio uomo al Colle.

Matteo Salvini gongola, reputa “sconfitta l’arroganza di Pd e 5 stelle, Giorgia Meloni definisce “patetiche” le accuse di Letta e di Conte. Il segretario Dem aveva tuonato: “Hanno voluto fermare il futuro, hanno voluto riportare l’Italia indietro”. Ecco il capo politico M5s: “Chi gioisce del sabotaggio del ddl Zan dovrà renderne conto al paese”. Non il miglior clima per mettersi tutti insieme intorno al tavolo e scegliere il successore di Sergio Mattarella. Un ministro scrolla le spalle: “C’è un clima strano, diventa ogni giorno più difficile andare avanti”. Rinvigorito dal risultato, Salvini spiega che ha già un po’ di nomi in mente, ma è presto per parlarne. Vuole essere lui a dare le carte. Francesco Boccia attacca Italia viva attraverso il suo capogruppo al Senato: “Salvini e Faraone dicono le stesse cose, spero che provino un po’ di vergogna”. C’è sempre Renzi nel mirino, ma i problemi sono più profondi. “Molti dei nostri guardano al centrodestra, cercano un modo per ricandidarsi”, commenta un senatore M5s. Andrea Marcucci, che del Pd è stato capogruppo a Palazzo Madama, è secco: “Una strategia fallimentare, bisognerà riflettere”. E bisognerà farlo in fretta: al voto sul Quirinale mancano meno di tre mesi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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