Con smartphone e dati satellitari contro la deforestazione dell'Amazzonia

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Secondo le ultime analisi di Rainforest Foundation, l’attività umana ha distrutto o degradato quasi due terzi delle foreste pluviali tropicali. Il primo passo per invertire la tendenza è bloccare la deforestazione del più grande polmone verde del mondo, la foresta pluviale amazzonica, che copre il 40% del Sudamerica. Negli ultimi 40 anni sia i governi che le ong hanno investito nell’uso di tecnologie satellitari per monitorare la deforestazione, ma con effetti alterni. L’intuizione di Rainforest foundation, in collaborazione con la New York e la Johns Hopkins University, è stata quella di coordinarsi con le popolazioni indigene grazie all’intermediazione della Indigenous People’s Organization of Eastern Amazon. Assieme, hanno coinvolto le comunità indigene peruviana Shipibo di Patria Nueva e Nueva Saposoa, insegnando a tre membri per villaggio a usare le tecnologie richieste per pattugliare in modo efficace il territorio.

Armati di smartphone e muniti dei dati satellitari forniti dal satellite peruviano Sat-1, lanciato nel 2016, i popoli indigeni che abitano la foresta amazzonica peruviana sono stati resi capaci di scaricare le coordinate delle attività sospette su una app appositamente creata che li guidava di volta in volta sul luogo della rilevazione. Le persone adibite alla pattuglia ricevevano anche un compenso di 8 dollari per le uscite mensili di controllo lungo il fiume. Una volta appurata l’attività illegale, veniva indetto un consiglio tribale per decidere il miglior corso di azioni. In caso di piccoli illeciti gli indigeni intervenivano direttamente per allontanare i colpevoli. In altre situazioni, come nel caso di narcotrafficanti intenti a tagliare gli alberi per far spazio a piantagioni di cocaina, hanno attivato un filo diretto con le forze dell’ordine. Sono stati così in grado di ridurre drasticamente la deforestazione illegale. I ricercatori hanno notato un calo del 52% nel primo anno di studi, e del 21% nel secondo nelle aree dei villaggi a cui era stato assegnato l’equipaggiamento accompagnato dal training per utilizzarlo.

Oltre un terzo della foresta pluviale amazzonica si trova sul territorio di circa 3mila comunità indigene riconosciute. La collaborazione con le popolazioni locali potrebbe rivelarsi la chiave per superare i metodi tradizionali di monitoraggio dall’alto, creando un circolo virtuoso di corresponsabilità. “Le popolazioni indigene sono le migliori custodi del regno naturale” ha commentato Fiore Longo, responsabile Survival International annunciando per il 2 settembre 2021 il primo “contro-congresso” internazionale sulla conservazione, guidato da relatori e rappresentanti indigeni di 18 Paesi. Il congresso vuole far luce sui problemi dei programmi di conservazione guidati dall’alto, spingendo per un coinvolgimento diretto delle comunità locali. In Perù le comunità indigene sono il 26% della popolazione, e hanno sostenuto l’elezione del candidato socialista alla presidenza Pedro Castillo nelle contestate - ma regolari - elezioni del 6 giugno. Proveniente da una comunità rurale e con una formazione politica nelle Ronda Campesinas negli anni 80, Castillo potrebbe portare alla ribalta politica quella parte di popolazione finora marginalizzata, incoraggiando una collaborazione dal basso per la protezione del territorio.

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