Con Zingaretti si può provare

Pietro Salvatori

Il barometro degli umori in casa 5 stelle oscilla come fosse un orologio impazzito. A metà giornata la lancetta punta verso l’alto. Le cinque condizioni poste da Nicola Zingaretti e approvate per acclamazione alla direzione del Pd sono sembrate tutto sommato digeribili. Un uomo vicino a Luigi Di Maio si lascia prendere dall’emotività: “Sono il segnale che vogliono fare il Governo con noi”. La situazione è assai più complessa. E l’ipotesi elezioni subito è ancora ben concreta all’orizzonte. Ma se queste sono le condizioni del segretario – il ragionamento che si fa in queste ore nella war room del capo politico – ci possiamo sedere a parlare. Sul fatto che questo dialogo dia frutti concreti l’aura di scetticismo avvolge ancora i vertici stellati.

Oggi Di Maio ha riunito, insieme a Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli, tutti i capigruppo delle Commissioni parlamentari. Un modo per recepire le critiche di chi gli ha richiesto maggiore collegialità nelle decisioni. Ma anche per disinnescare l’ennesima assemblea fiume destinata a trasformarsi in un inconcludente flusso di coscienza collettivo.

 

 

I nodi di difficile districabilità sono tre. E portano i nomi di Giuseppe Conte, Matteo Renzi e dello stesso leader M5s. Lo schema d’ingresso al momento prevede la sola blindatura del capo politico. “Di Maio è la guida del Movimento, il Pd non può pretendere che stia fuori, non possono dettare le condizioni”. La blindatura del politico di Pomigliano è anche un modo per metterlo al riparo dalla bufera che lo sta lambendo in queste ore. Accettare un diktat per lasciarlo senza incarico ministeriale sarebbe interpretato internamente come un ulteriore segno di debolezza. Anche perché, come rivela una fonte interna al gruppo, “sono in tanti nel Movimento che non ci vedrebbero nulla di male in un sacrificio di Di Maio, si sono stufati di ordini calati dall’alto senza sapere il come e il perché”. Ecco che la blindatura diventa...

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