Concordia, "Io, cronista, sulla nave che affondava fra grida, pianti, panico e corsa alle scialuppe..."

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Un botto e poi il buio. Le urla e i pianti, gli occhi sgranati della gente, la disperazione dei bambini, la sensazione che è finita, finita per sempre. Flashback che da dieci anni fanno parte della mia vita e soprattutto delle notti rendendole a volte insonni. Dieci anni eppure sembra adesso. E come sempre, nei giorni del ricordo, subentra il desiderio di eclissarsi, l’illusione di abbandonarsi all’oblio, per non parlarne e per non rivivere quella sofferenza profonda, intima, solitaria. E invece puntuale arriva la richiesta di un pezzo di ricordi per la mia agenzia Adnkronos, le interviste delle televisioni, i commenti alla radio.

Doveva essere un 13 gennaio qualunque e invece è diventato l’anniversario del più grande naufragio della marineria italiana, quello della Costa Concordia: oltre 4.000 persone a bordo, me compresa, più di 100 feriti, 32 morti tra cui una bambina di cinque anni e un solo colpevole: il comandante Francesco Schettino condannato a 16 anni di detenzione per aver comandato una improvvida manovra, definita come “inchino”, che portò a impattare il transatlantico con le Scole, lo scoglio davanti all’Isola del Giglio. Erano 21.45, quando sento un botto secco, e poi il trascinamento, un terremoto, il buio mentre trema tutto, precipitano piatti, stoviglie, bottiglie. Le urla e la fuga di tutti i passeggeri verso l’esterno della nave. Si riaccendono le luci, quelle d’emergenza, e mi trovo al ristorante Milano da sola con una ragazza incinta di cinque mesi in preda al panico. Cerco di rassicurarla dicendole “stai tranquilla, hai visto quanto è grande questa nave, non può succederle nulla”. Mentivo per darle conforto, parole che di lì a poco capi quanto fossero ingenue. Sui ponte persone già ammassate indossavano giubbotti di salvataggio.

Nessuno dell’equipaggio sapeva dare una spiegazione finché all’interfono una voce informava di un black out, di stare tranquilli e di tornare nelle cabine. Quanti morti, oltre ai 32, ci sarebbero stati se avessimo ascoltato quella indicazione? Passa il tempo, aumenta la paura e la disperazione. Inevitabile, in quei momenti, pensare al peggio: nel buio della notte, del mare nero. Quelle immagini automaticamente mi rimandano a scene già viste, al cinema, con l’oscar al film Titanic. E come nel kolossal di Hollywood nessuno dà indicazioni sul da farsi ma intanto sui ponti non si cammina più dritti, è chiaro che la nave si sta piegando. Non si percepisce a quanta distanza dalla costa ci troviamo, è notte. Unica informazione, grazie all’iphone, è che ci troviamo all’Isola del Giglio. Quasi un’ora dall’incidente, un tempo che poi si è rivelato fatale nella gestione dell’emergenza.

Chiamo il 112 chiedo cosa stesse succedendo a bordo e riesco a sapere che “stanno arrivando la guardia costiera e la guardia di finanza”, “dobbiamo evacuare”, “hai indossato il giubbotto di salvataggio?” Non ricordo se e cosa risposi. Cercai quel giubbotto e feci appena in tempo perché poco dopo dall’interno chiesero di recarci al ponte 4. Vedendo quello che poi riconobbi nel commissario di bordo chiesi cosa fosse successo e lui “non riusciamo più a tenere dritta la nave”. Sul ponte in attesa di salire sulle scialuppe, la folla diventava più pressante. Bambini, anziani quasi travolti da chi cercava di salire su una scialuppa, gran parte delle quali rese inutilizzabili per l’inclinazione della nave. Ne riempirono una e poi bloccarono la fila proprio davanti a me. Fu il gelo finché aprirono un altro cancelletto per riempirne un’altra. Iniziarono le manovre ma la scialuppa non scendeva. Era la scena di Titanic, era peggio. Un uomo del personale di bordo tremava come una foglia, aveva capito la difficoltà, la scialuppa era incagliata sulla spalla della nave. Cercò con l’aiuto di altro personale a cui gridava in inglese con voce tremante indicazioni tecniche, di disincagliare la scialuppa colpendo anche a colpi d’ascia i cavi che la tenevano legata alla nave.

Intanto i passeggeri rimasti sul ponte si buttavano all’interno della scialuppa già troppo piena, che si muoveva, oscillava come un’altalena tra le grida della gente e del personale che urlava “nooooo”, implorava di non farlo. La scialuppa non poteva portare tutte quelle persone. Ma niente. E ancora botte ai cavi e giù precipitando qualche metro e ancora si gettavano all’interno tra urla e pianti. Qualcuno iniziava a sentirsi male. “Non ce la facciamo, è finita”, pensai. Telefonai a mio figlio credendo fosse l’ultima volta. Sentii la vita fermarsi a quel punto. Quelle urla erano la sola prova della mia esistenza finché il tonfo nell’acqua di quella piccola imbarcazione mi riaprì le porte della speranza. Meccanicamente avanzavo seguendo gli altri naufraghi. Sul molo ecco i primi morti. Grazie ai gigliesi fummo soccorsi e ospitati. Aprirono le loro case per dare accoglienza a chi arrivava, qualcuno coperto solo da un lenzuolo perché si era buttato in acqua, altri feriti o con i vestiti stracciati. Non era ancora chiaro cosa fosse successo finché dal porto apparve l’immagine di quella immensa nave ferita e accasciata sulla costa. Un vero miracolo perché, spiegarono subito le persone del posto, “se fosse successo in mare aperto la nave si sarebbe inabissata”.

Con alcuni naufraghi tentammo invano di cercare il comandante, chiedemmo all’equipaggio, poi ai superstiti presenti sul molo e solo successivamente capimmo perché non si trovava: al contrario del comandante Edward Smith che nel film si inabissò per ultimo insieme al suo Titanic, Schettino s'era eclissato nel buio abbandonando anzitempo la nave.

(di Patrizia Perilli)

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