Condizioni "non negoziabili"

Alessandro De Angelis

La parola chiave è “principi non negoziabili”, che segna un punto fermo in un dialogo che non è ancora partito. E l’altra parola chiave è “discontinuità politica e programmatica”, il che significa di agenda, ma anche di uomini, a partire dall’inquilino di palazzo Chigi. Ecco, c’è un motivo se il segretario del Pd Nicola Zingaretti scandisce queste parole, prima durante il colloquio con Mattarella e dopo alla Vetrata. Per ribadire che quei cinque punti, su cui ha avuto il mandato della Direzione del suo partito, non sono acqua fresca, secondo l’interpretazione, un po’ semplicistica che gira sui social pentastellate. Per la serie: chiacchiere, poi tanto una volta che si fa il Governo, ricomincia la ricreazione in cui ognuno fa un po’ come vuole.

Quei principi, e nel corso del colloquio al Colle, è stato ben spiegato sono punti dirimenti: “Disponibili, ma solo sulla base di questi punti”. La notizia, appunto, è in quel “non negoziabili” che fissa una cornice rigida nel confronto con una forza, i Cinque stelle, che certo vuole fare il Governo ma ancora non ha pronunciato una parola degna di questo nome, per aprire a quello che chiamava “il partito di Bibbiano”.

Esplicitiamoli questi punti, senza il cui pieno riconoscimento Zingaretti chiederà alla direzione del suo partito di tornare al voto.

Punto numero uno: il passaggio sull’accettazione della democrazia rappresentativa non è un titolo per un convegno, ma significa che il Pd non è disposto a sostenere il disegno di legge costituzionale sulla riforma del numero dei parlamentari; se nasce un Governo, si resetta e si ricomincia dall’inizio, legando semmai la riduzione a un disegno più ampio di riforma costituzionale che affronti il nodo del bicameralismo. E, anche, a una nuova legge elettorale. Reset, dunque. Che vale ancor di più per il referendum propositivo di iniziativa popolare che, per come è stato concepito, è l’incarnazione della democrazia plebiscitaria che...

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