Congo: nelle miniere di coltan dove i bambini lavorano come schiavi

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Dietro lo schermo dello smartphone con il quale state leggendo questo articolo si cela molto probabilmente una storia di ingiustizie e di soprusi, che vede come protagonista la Repubblica Democratica del Congo e le sue miniere di coltan e cobalto. Sì perché nell’enorme stato africano, ogni giorno, migliaia di bambini sotto i dieci anni vengono costretti a lavorare come schiavi per estrarre il prezioso minerale, allo scopo di continuare a rendere sostenibile la produzione di moderni dispositivi elettronici come i telefoni cellulari e le batterie per le auto elettriche.

Congo: i bambini nelle miniere di coltan

Secondo alcuni dati rilevati da Amnesty International diffusi qualche anno fa nelle miniere di coltan d cobalto della Repubblica Democratica del Congo lavorano tutti i giorni bambini anche di 6/8 anni, che sfruttati da un feroce sistema di caporalato risultano particolarmente adatti ad insinuarsi negli stretti cunicoli per estrarre il prezioso minerale ferroso. Sembra di rivivere le vicende narrate quasi un secolo e mezzo fa da Giovanni Verga in Rosso Malpelo, ma la dura realtà è che spesso sono le stesse famiglie – minacciate da dei locali kapò – a fornire i loro figli come manodopera per le miniere.

Il coltan (una miscela naturale di columbite e tantalite) e il cobalto (un sottoprodotto del nichel) sono infatti sono infatti due elementi indispensabili per la produzione di semiconduttori di piccole dimensioni e di batterie per auto elettriche. Negli ultimi cinque anni, la domanda del solo cobalto è triplicata proprio per la crescita della produzione di veicoli alimentati ad energia elettrica.

Le aziende occidentali

Nonostante l’evidente sfruttamento della manodopera infantile, che arriva a lavorare anche dieci ore al giorno per soli due dollari, nella Repubblica Democratica del Congo sono presenti industrie del settore come Glencore, CDM, Randgold e China Molybdenum, mentre altre multinazionali dell’elettronica (Microsoft, Apple e Huawei) hanno deciso di aprire dei propri stabilimenti nelle vicinanze dei siti minerari del paese africano, nel cui territorio è presente il 70% delle riserve cobalto e coltan a livello mondiale.

Proprio nei confronti di alcune di queste aziende (Apple, Google, Dell, Microsoft e Tesla), quattordici famiglie congolesi hanno fatto causa chiedendo un risarcimento in denaro per arricchimento illecito, vigilanza negligente e inflizione intenzionale di sofferenza emotiva e fisica. Le famiglie, appoggiate dall’associazione Iradvocates, accusano le multinazionali di essere perfettamente a conoscenza delle condizioni di schiavitù in cui erano costretti a lavorare gli operai e i bambini all’interno delle miniere.