Consulta: non si può punire detenuto per mafia che non collabora -3-

Cro/Ska

Roma, 4 dic. (askanews) - Ora la sentenza sottolinea che non è la presunzione in sé ma la sua assolutezza ad essere in contrasto con la Costituzione (si veda anche il comunicato stampa della Corte del 23 ottobre 2019).

Mentre non è irragionevole presumere che il condannato non collaborante non abbia rescisso i legami con l'organizzazione criminale di originaria appartenenza, lo è invece impedire che quella presunzione sia superata da elementi diversi dalla collaborazione.

Ciò sotto tre profili, distinti ma complementari. In primo luogo, le esigenze investigative, di politica criminale e di sicurezza collettiva sottese all'assolutezza della presunzione finiscono per incidere sull'ordinario svolgersi dell'esecuzione della pena, con conseguenze afflittive, a carico del detenuto non collaborante, ulteriori rispetto alla condanna già subìta. Mentre è corretto "premiare" la collaborazione con la giustizia prestata anche dopo la condanna - riconoscendo vantaggi nel trattamento penitenziario - non è invece costituzionalmente ammissibile "punire" la mancata collaborazione, impedendo al detenuto non collaborante l'accesso ai benefici penitenziari normalmente previsti per gli altri detenuti.

In secondo luogo, l'assolutezza della presunzione impedisce al magistrato di sorveglianza di valutare in concreto il percorso carcerario del singolo condannato, in contrasto con la funzione rieducativa della pena, intesa come recupero del reo alla vita sociale.

Infine, la presunzione assoluta si fondava su una generalizzazione a base statistica, cioè sulla probabilità che la mancata collaborazione del detenuto fosse sintomo dell'attualità dei suoi collegamenti con il sodalizio criminale originario. Per non essere irragionevole, però, questa generalizzazione deve poter essere contraddetta nei singoli casi - tanto più con il trascorrere della detenzione - dalla presenza di elementi che ne smentiscano il presupposto. In sostanza, la detenzione può determinare cambiamenti sia nel detenuto sia nel contesto esterno in cui egli potrebbe essere ricollocato, sia pure brevemente e temporaneamente con il permesso premio. E questi eventuali cambiamenti devono poter essere oggetto di una specifica e individualizzante valutazione da parte della magistratura di sorveglianza.

Tuttavia, trattandosi del reato di affiliazione a un'associazione mafiosa (e dei reati ad esso collegati), notoriamente caratterizzato dalla forte intensità del vincolo associativo imposto dal sodalizio criminale, la valutazione in concreto di questi cambiamenti dev'essere svolta sulla base di criteri particolarmente rigorosi, proporzionati alla forza del vincolo criminale di cui si esige dal detenuto il definitivo abbandono.

Il magistrato di sorveglianza compirà queste valutazioni non da solo, ma sulla base sia delle relazioni dell'Autorità penitenziaria sia delle dettagliate informazioni acquisite dal competente Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica.(Segue)