Conte è il presidente, ma a capotavola siede Di Maio

·5 minuto per la lettura
(Photo: ALBERTO PIZZOLI via Getty Images)
(Photo: ALBERTO PIZZOLI via Getty Images)

La diarchia, grande classico. C’è il capo ufficiale, in questo caso “nominato” alla guida del Movimento così come era stato “elevato” a palazzo Chigi, con un “incapace” nel mezzo da parte del nominante, voce dal sen fuggita e mai fino in fondo chiarita. E c’è il king maker sostanziale che di botte ne ha prese parecchie, sin da quando si tolse la cravatta di capo del Movimento o fu costretto a uscire dalla stanza di vicepremier nell’era giallorossa, che non era la sua. Mesi di low profile, cura dei rapporti internazionali, feluche e lezioni d’inglese. Chissà se è un complimento, detto da quelle parti, ma certo è un omaggio alla professionalità della politica: la chiamano la “dalemizzazione di Di Maio”, capacità di dirigere anche se non hai un ruolo di comando, perché – diceva il lìder maximo, “capotavola è dove mi siedo io”.

Partiamo dalla fine, dalla proposta di “aderire al Pse”, l’ultimo capotavola di Di Maio, mica male per un Movimento che in Europa qualche anno fa stava con Farage, resa possibile proprio dal lavoro diplomatico di questi anni. È una “svolta” politica di prima grandezza che, d’un colpo, definisce collocazione internazionale, identità e alleanze in Italia, perché se in Europa stai nella stessa case del Pd si presume che in Italia i coinquilini europei siano tuoi alleati. L’altro, che in quanto capo avrebbe avuto la titolarità per avanzarla, soprattutto in quanto insignito, con qualche generosità del titolo di “punto di riferimento dei progressisti europei” all’insaputa dei medesimi progressisti, spiazzato, si adegua, con la consueta annacquante prosa del “percorso in atto”, ovviamente frutto di “valutazioni” ponderate, con l’atteggiamento di chi è costretto ad acconciarsi senza convinzione. Perché, pur essendo coccolato dal Pd più di quanto non lo sia tra i suoi, ha sempre tenuto il tema dell’alleanza in un cono di ambiguità: a titolo personale ha dichiarato il suo sostegno a Gualtieri, ma non ha impegnato il Movimento, si è definito moderato, liberale, tutto fuorché di sinistra perché, solita storia, “destra e sinistra sono superate”. Bingo, vallo a spiegare al Pse che il Movimento è un punto di evoluzione della sinistra europea.

E ora partiamo dall’inizio, in questo rovesciamento dei ruoli in cui la linea la dà l’ex capo e l’attuale segue, a costo di smentirsi. Basta un nome, anzi un cognome: Bonafede. Solo tre anni fa sarebbe bastata la sua disponibilità per essere eletto capogruppo alla Camera con acclamazione, in un giubilo anche di toghe svolazzanti al vento verso l’uomo che rese intangibile il processo a vita, sia al governo con Salvini sia con sinistra. E invece, pur voluto da Conte, è costretto a fare un passo indietro di fronte – udite udite – al meno noto Davide Crippa, perché non ci sono i numeri nei gruppi, dopo quello che è successo al Senato. Ovvero: la rivolta a palazzo Madama che ha portato all’indicazione di Mariolina Castellone, che è vicina a Di Maio, al posto di Ettore Licheri, uno dei pretoriani dell’ex premier. Il quale, dopo essere partito lancia in resta sul suo uomo, anche qui è stato costretto a farsi concavo e convesso, annunciando che sarà eletta la Castellone, come se fosse stato da sempre il suo primo pensiero. E, più delle parole, valeva, nell’annuncio, il body language a disvelare il nervosismo del momento. C’è da comprendere: pensate a cosa significhi l’arrivo di Grillo a Roma, per dirimere, ancora una volta, i casini di un Movimento non governato. Già, il Fondatore, il cui “ridimensionamento” di ruolo fu sancito proprio nel famoso statuto del parricidio che affidava per tabulas la leadership a Conte, a conferma che la politica non si fa con le scartoffie.

La verità è che Conte non è uscito mentalmente da palazzo Chigi e da quell’illusione di onnipotenza lo porta a gestire dall’alto e, al tempo stesso, a non scegliere, rinviare, non sciogliere i nodi, come su Autostrade e Alitalia. L’altro, che ha metabolizzato più di una sconfitta, ha capito che l’unico modo per sopravvivere è “fare politica”, gestire il rapporto con gli uomini, le cui inquietudini da rielezione li rendono allergici alle imposizioni. Insomma, gli puoi anche dare dell’incoerente a Di Maio se, dopo la forca, ha chiesto scusa a Uggetti o se, dopo i gilet gialli, ha scoperto l’atlantismo o se ha ammesso che, su quel balcone, disse una castroneria sulla povertà. Però, vivaddio, si chiama evoluzione (positiva), fatta di scelte, autocritiche, maturazioni. L’opposto di una leadership costruita attorno a una comunicazione da “grande fratello” per cui non c’è mai un errore da ammettere, ma solo un effetto ottico da cambiare. E qui veniamo a Draghi, che è poi il punto vero della tenzone. Draghi, la cui candidatura al Colle – ha detto Conte – “non può essere esclusa”, tranne poi essere pressoché esclusa dallo stesso (“non è fungibile, prioritario che resti a palazzo Chigi”) dopo che nel mezzo Di Maio ha dichiarato: “Avanti così si bruciano i nomi migliori”, e ci risiamo con la diarchia in cui il Capo, suo malgrado, segue.

Al fondo c’è quel retropensiero di elezioni anticipate coltivato dall’ex premier che teme, avanti di questo passo, di arrivare rosolato al 2013, perché sembrano passati anni luce dai tempi dell’“uomo più popolare del paese”: ha una scissione in progress del barricadero Di Battista, una competizione col rinato Giggino, e il leader del Pd che non mangia lasagne a casa Bettini, anzi, si fa fotografare con Scholtz e Sanchez. Tradotto: “il nuovo centrosinistra lo guido io”. L’altro, che lo sa, va a mangiare una pizza con Giorgetti, altro kingmaker non banale che in casa, pure lui, ha un leader con lo stesso retropensiero e, pure lui, ha il problema di civilizzarlo nel Ppe costruendo un’operazione politica attorno al governo Draghi. Nei tanto vituperati partiti di una volta c’erano congressi per dirimere queste questioni di linea. I nostri eroi ci hanno spiegato la modernità della rete, scordandosi però di mettere online la democrazia. Si ratifica, mica si può scegliere. Ed è l’autocritica che manca a tutti.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Leggi anche...

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli