Conte chiede l'aiutino a Grillo

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Giuseppe Conte (Photo: ANSA)
Giuseppe Conte (Photo: ANSA)

Raccontano che sul far della sera la frittata era quasi fatta. Ettore Licheri, dopo l’amara sorpresa iniziale del 36 pari con l’avversaria Maria Domenica Castellone nella corsa alla presidenza del gruppo M5s del Senato era a un passo dal mollare. Dopo un rapido conteggio, risultava che gli unici due che non avevano votato avrebbero dato la propria preferenza all’oncologa campana, sufficienti per raggiungere quota 38 che le avrebbe consentito di essere eletta se non alla seconda, sicuramente alla terza votazione. Il capogruppo uscente ha fiutato l’aria e avrebbe preso atto che le condizioni per andare avanti non c’erano. È stato un intervento di Giuseppe Conte ad arginare la disfatta del candidato sostenuto dall’intera sua filiera di comando, compresi i vicepresidenti Paola Taverna e Mario Turco, che ieri hanno lavorato per arginare la slavina. Il capo politico ha chiamato entrambi: “Evitiamo spaccature, troviamo una sintesi”. Dopo un paio d’ore di discussione ha ottenuto il rinvio della votazione di oggi evitando il ritiro di Licheri, che sarebbe suonato come un de profundis della sua già debole leadership, e tenendo aperto lo spiraglio di una ricomposizione dei due schieramenti.

Il presidente dei 5 stelle in serata ha provato a raddrizzare il tiro con una nota in cui spiegava la vicenda come frutto di una “forte vitalità politica necessaria per proseguire con entusiasmo in questo percorso di rilancio”. Ma se di vitalità ce n’è anche troppa, e tutta indirizzata contro la nuova stanza dei bottoni, di entusiasmo non si vede l’ombra, anzi, e il percorso di rilancio è un sentiero poco battuto. Il leader si trova a tappare con le dita le crepe che si aprono nella diga del malcontento che minaccia di rovesciarglisi addosso, e si sforza di raddrizzare la situazione prima che venga giù tutto.

Anche per questo ha chiesto un incontro a Beppe Grillo. Il fondatore un paio di settimane fa era dato in arrivo a Roma. Una visita per parlare ai peones e ai colonnelli, per rinsaldare la leadership contiana che oggi sembra sgretolarsi ma che da tempo mostra grande fragilità. Ha fiutato l’aria e si è tenuto lontano dalla Capitale. Dopo gli stracci volati fra i due, l’ex comico si è prestato a una photo opportunity del pranzo della riconciliazione. Poi non più una parola. Solo alla chiusura della sfortunata campagna elettorale di Virginia Raggi un più che interlocutorio augurio “al nostro Mago di Oz”. Una definizione perfida, che i maligni hanno subito tradotto come un marchio da illusionista impresso sulla giacca del premier, in grado di reggere botta finché un’Alice di turno non arrivi a squarciare il velo. Tant’è che, spiegano fonti parlamentari, alla richiesta di Conte al momento Grillo non ha dato seguito, tenendosi lontano da una mischia che rischia di fare molto male al capo che lui stesso ha designato.

“Tra i due c’è il gelo”, spiega un 5 stelle di governo scuotendo la testa. Altro che mani libere o pieni poteri nella ricostruzione, nel gruppone parlamentare l’intervento del solito deus ex machina è vista come l’unica possibilità di rimettere insieme i cocci, almeno in parte, e potrebbe comunque non bastare.

Perché se al Senato la situazione è balcanizzata, alla Camera è una Cambogia. “Qualunque suo nome qui da noi non ha nessuna possibilità di passare”, spiega un onorevole. Quando ieri sono usciti i risultati della votazione del Senato la trentina di deputati che erano accorsi alla presentazione del libro di Luigi Di Maio (l’unico con un solido e ordinato seguito parlamentare nella marmellata 5 stelle, tra i trenta e i quaranta deputati) hanno perso attenzione nei confronti del palco e si sono messi a compulsare gli smartphone. Dopo in molti si sono fermati in capannelli. Raccontano che Alfonso Bonafede, che Conte avrebbe voluto alla guida del gruppo per gestire la partita del Quirinale, sia intenzionato a non farsi bruciare: “Le sue possibilità sono vicine allo zero”, spiegano dalla Camera. La sera prima della nomina dei cinque vice, che nelle chat pentastellate vengono definiti “i pulcini”, l’ex ministro di Giustizia è stato per più di due ore a casa del capo politico, per elaborare una strategia che alla prova dei fatti è carta straccia. Qualche possibilità in più le ha Lucia Azzolina, la carta di riserva, ma a questo punto non è nemmeno detto che Conte voglia percorrere questa strada.

L’attuale capogruppo è inviso alla leadership, al punto tale che nelle drammatiche telefonate che hanno preceduto la rottura - poi ricomposta - con Grillo una delle richieste al fondatore era proprio la defenestrazione di Crippa. Non solo il capogruppo ha respinto l’assalto dell’avvocato, che gli aveva chiesto di equiparare le scadenze dei mandati (il presidente dei deputati si rinnoverà a dicembre) ma allo stato attuale il principale favorito alla successione è Crippa stesso. È presto per far di conto, balla anche la candidatura di Angelo Tofalo, che potrebbe fondersi con il blocco Crippa in presenza di un avversario contiano, ma la certezza è che per certificare che Conte non abbia il controllo dei suoi a Montecitorio non c’è nemmeno bisogno di una conta. Nei gruppi c’è chi arriva a parlare di dimissioni, difficile che si arrivi a questo punto. Ma l’eco del ceffone subito ieri a Palazzo Madama risuonerà a lungo, e a tre mesi dall’elezione del presidente della Repubblica il Movimento 5 stelle come partito che risponde a una linea politica elaborata dal leader di turno semplicemente non esiste.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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