"Conte? De Gasperi parlava poco e faceva molto". Intervista a Ciriaco De Mita

Maria Elena Capitanio
·Giornalista e scrittrice
·9 minuto per la lettura
Ciriaco De Mita (Photo: ANSA)
Ciriaco De Mita (Photo: ANSA)

“De Gasperi è stato uno dei più grandi uomini di governo della storia, se però guardiamo indietro erano più quelli che ne parlavano male che bene, quindi riflettiamo su questo processo di avvilimento, che riguarda anche la giustizia”. Ciriaco De Mita è stato tante cose - presidente del Consiglio alla fine degli anni 80, ministro nei governi Rumor, Moro e Andreotti, ma soprattutto segretario e presidente della Democrazia cristiana - oggi di mestiere fa il sindaco di Nusco, sua città natale in provincia di Avellino. A dispetto dei 92 anni di età conserva intatta la sua lucidità e una simpatia rara. Gli chiediamo un parere sul premier Giuseppe Conte e la risposta è un ipnotico calembour che parte da don Sturzo e arriva al taglio dei parlamentari. “In politica i problemi non si risolvono con le parole, si risolvono con i fatti”, spiega, rilevando che nel tempo si è venuta a creare “una classe dirigente politica che quando parla non sa che dice”.

Alcuni osservatori hanno riconosciuto in Giuseppe Conte qualcosa di democristiano, forse la sua capacità di mediare. Se oggi ancora ci fosse la Dc, sarebbe un perfetto esponente?

Il raccordo tra il Popolarismo e questo tipo di gestione politica non mi pare abbiano alcuna forma di identità. Oggi succede che la similitudine dei nomi è molto diffusa: il nome di Don Luigi Sturzo e quello di Giuseppe Conte potrebbero identificarsi, peccato che il pensiero politico però non sia un nome di persona. Il pensiero politico è un’analisi della complessità dei problemi, la capacità di capirli, il modo di riorganizzarli, il tentativo di renderli praticabili. Similitudini con la situazione di oggi non ce ne sono, oggi si identifica la politica con il presidente del Consiglio. De Gasperi parlava poco e faceva molto. Fece la riforma agraria in due mesi. Questo tentativo di identità mi sembra più un tentativo di similitudine che un pensiero che risorge, perché un pensiero che torna comporterebbe una richiesta di comportamenti e una realizzazione di processi. Noi qui invece andiamo avanti con parole, tra l’altro la politica non può essere quella dell’uno che spiega all’universo.

Qual è lo scenario attuale?

Io ho la visione drammatica della condizione politica del Paese. Mi rendo conto che nell’ultimo periodo ci siamo convinti che la politica sia il non-pensiero. La mancanza di idee non crea le condizioni per l’agire politico, difatti si va avanti con dichiarazioni di intenti. Noi abbiamo un partito, il Pd, che dovrebbe essere un partito, ma anche quello non ha pensiero perché è un insieme di persone che tenta di gestire il potere. Il potere di per sé non è un pensiero politico, di per sé è un rischio per la democrazia.

Siamo in attesa che arrivino i miliardi del Recovery Fund e Conte parla di una task force per gestirli. È una buona idea?

Proviamo con una similitudine. Alla caduta del fascismo si diede vita a un Governo di tutti ed erano necessari interventi di sopravvivenza. De Gasperi nel ’47 rompe la solidarietà di governo e dopo organizza l’Esecutivo di quelli che immaginavano di creare le condizioni per la crescita economica del nostro Paese. La trasformazione non fu immediata, ma dal 47’ al ’61 l’Italia crebbe in una maniera enorme. Politiche di questo genere sono scomparse e lo sono sul piano generale. Le politiche finanziarie passano attraverso l’applicazione tecnica del processo, non attraverso la parola semplificata.

Ha osservato Conte nel suo operato?

Io nella memoria ho un ricordo di questo presidente del Consiglio, che a seconda del Comune dove parlava assumeva l’opportunità di affrontare il problema di una parte, quasi che fosse l’indicazione di una cifra, la risoluzione di un problema locale, ma il Governo deve farsi carico delle condizioni generali del Paese. Mi auguro che avvenga, non vorrei trasmettere opinioni negative.

C’è ancora la divisone tra destra e sinistra, esistono queste due categorie?

Le categorie destra e sinistra non erano fronti contrapposti, ma letture diverse delle condizioni. La sinistra immaginava che il problema fosse quello degli operai e basta, gli altri pensavano che gli operai potessero divenire una componente nel processo della trasformazione economica, però la storia politica italiana è una straordinarietà perché parte come termine di scontro tra classe operaia e popolari. E i popolari, che erano l’altra parte, venivano indicati come la conservazione. Ad un certo punto l’onorevole Moro indicò come soluzione la convergenza sull’innovazione costituzionale e una volta realizzata quella, le forze del Pci da una parte e della Dc dall’altra, sarebbero state forze alternative nella gestione del potere.

Avrà notato che è stato assolto Nicola Cosentino, l’ex coordinatore campano di Forza Italia accusato di collusione. Secondo lei nel tempo le questioni politiche sono sfumate di importanza rispetto a quelle giudiziarie?

Leggendo la notizia qualche dubbio mi ha attraversato il cervello. Bisognerebbe leggere le motivazioni e le spiegazioni, comunque la cosa negativa è il processo all’infinito, perché modifica la lettura degli eventi. Non ho elementi sufficienti per una spiegazione. Certo, sorprende che dopo 8 anni si scopra che una vicenda era inesistente.

Con Mani pulite in Italia è stata migliorata la situazione, c’è meno corruzione?

Non vorrei sbagliare, ma il protagonista di Mani pulite (Antonio Di Pietro, ndr) qualche tempo fa ha ammesso di avere sbagliato. Del resto il processo non può generalizzare i comportamenti. C’è stato un processo di similitudine: chiunque aveva gestito il potere aveva peccato e il peccato era soggetto a controlli. Io ricordo di aver incontrato un magistrato di grande valore e discorrendo del comportamento discutibile della magistratura disse che la situazione si sarebbe risolta se i magistrati avessero cambiato opinione, diversamente sarebbero restate norme che creavano dei problemi. Questo mi sconvolse.

Ci sono i magistrati che lavorano bene, con la schiena dritta e degli ideali di giustizia perché il nostro Paese ha un problema di corruzione strutturale.

I comportamenti giudicabili indubbiamente non hanno più un ancoraggio forte, solo che la risposta coincide con il problema. Le vicende giudiziarie di quest’ultimo tempo hanno dato una spiegazione sorprendente e se la smettessimo ognuno di giudicare l’altro e insieme affrontiamo le questioni analizzando i casi e indicando le soluzioni, questo servirebbe anche alla magistratura. La magistratura da tempo si è organizzata come un potere autonomo e il potere autonomo ha portato ad esempio al caso Palamara, che non è il difetto di una persona, ma il difetto di un sistema. Siamo in presenza di uno scollamento degli equilibri politici e democratici, per cui avremmo più bisogno di analizzare i fatti per risolvere le criticità che di utilizzare giudizi. Ci sono magistrati che partono per provare il fatto in relazione alle proprie opinioni e non per cercare il fatto.

Però la corruzione infetta il Paese a tal punto da togliere risorse alle persone, peraltro con l’economia che non è più quella di un tempo. Cosa si potrebbe fare?

Se il valore del comportamento virtuoso scompare dal pensiero delle persone, allora il problema va affrontato più sul piano della complessità che dell’individuazione del responsabile. Noi stiamo pagando un processo che è avvenuto perché dalla crisi dei governi democratici è comparsa una sorta di ingiustizia del pensiero più che l’ingiustizia dei fatti. Se oggi con tutto il rigore che la magistratura ha avuto il sistema è peggiorato, dovremmo liberarci da questa lettura, perché non porta a dire ‘assolviamo’. Dovremmo renderci conto che il processo della condanna deve avere fatti determinati e consentire che il realizzatore dei fatti si penta. Il magistrato deve avere l’autonomia di giudicare i fatti e far riferimento al comportamento.

Ha visto cosa sta succedendo in Vaticano? Un altro scandalo…

Non esiste uomo virtuoso e l’uomo che pontifica la virtù è una garanzia ancor minore rispetto a quello che tenta di praticarla.

Però al popolo si racconta che deve comportarsi bene altrimenti è punito. Ciò non vale nelle stanze dei bottoni?

Lei non mi trasmette la ragione di questa analisi, quindi non vorrei dare risposte semplificate. Ad una domanda complessa risposte semplici non esistono. Debbo dirle che più mi fa domande, più mi crea problemi…

Mi dispiace: cosa intende?

Le sue domande mi sanno tanto di quel filone di pensiero secondo cui processando la Democrazia cristiana avremmo avuto la fioritura democratica. Sono domande in cui ravvedo la cultura del dissenso, quando invece c’è bisogno più di analizzare e risolvere che di indicare e giudicare.

Quale sarebbe stata la domanda adatta?

Lei parla con un democristiano, io sono stato e sono democristiano. Ho attraversato momenti di scontro, di contestazione e con il passare del tempo mi sono dovuto convincere che la grande forza democristiana era la capacità di comprendere la complessità dei problemi del Paese. Non c’era un problema da risolvere come con la classe operaia, c’erano ‘i problemi’ da risolvere. Gli stessi problemi di autonomia del democristiano dalla posizione dalla Chiesa, che era la stessa di Sturzo, però era difficile. Noi abbiamo avuto sul piano religioso una trasformazione che adesso molti leggono in maniera impropria che invece io leggo come il tentativo del riordino, con questa consapevolezza: che gli uomini non hanno solo virtù. È bene che abbiano qualche virtù, però la dimensione umana non si identifica con il bene assoluto. Essa ci spinge ad avere un comportamento buono, ma non sempre ci si riesce. Ed è autobiografico quello che le dico. Lei quanti anni ha?

Trentasei.

Ecco, io ho attraversato la storia del nostro Paese. Ho cominciato quando ero figlio della Lupa del fascismo e diventai anti-fascista a dieci anni. Poi del processo democratico, che è stata la grande storia del Paese, noi oggi abbiamo una lettura alterata. La sinistra era il partito degli onesti e il centro era il partito dei non-onesti. Il risultato della storia italiana è che il Paese si è trasformato, ma non è detto che questo ci abbia dato persone allegre. Le nuove classi dirigenti non sono state in grado di continuare la trasformazione. Noi addirittura siamo in presenza di un arresto del processo di trasformazione del Paese. Ora abbiamo votato il taglio della rappresentanza parlamentare che è di una grande stupidità. Nessuno di quelli che sta in Parlamento ha una convinzione del ruolo del Parlamento. Noi siamo al termine di uno scontro in cui il Parlamento non funziona e i parlamentari sono ridotti a persone senza pensiero.

Allora come potremmo abbozzare un’analisi? Altrimenti sembra che il Paese sia finito.

Ho pensato che l’Europa si sarebbe salvata se si fosse unita, così da inglobare la Germania. Purtroppo questo non è avvenuto e siamo in presenza della decadenza dell’Europa, che è un grande problema. Nessuno lo fa proprio, nessuno se ne accorge.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.