Conte e Di Maio, la paura di essere rottamati

Pietro Salvatori
(AP Photo/Andrew Medichini)

La preoccupazione corre sul filo. Quello invisibile della girandola di telefonate, che ha intasato nelle ultime ore gli smartphone dei leader. Matteo Renzi ha chiamato lunedì sera prima Giuseppe Conte e poi Luigi Di Maio. “Io rompo con il Pd, ma sostengo il governo”, il messaggio recapitato a premier e capo politico M5s. Il presidente del Consiglio non l’ha presa affatto bene. Ripetutamente i due esponenti 5 stelle si sono sentiti al telefono, anche per tutto il corso della giornata di martedì, per valutare il da farsi. Serve una contromossa per sminare subito il terreno, la riflessione fatta tra i due. Per il corso di tutta la giornata si è valutata l’ipotesi di convocare a strettissimo giro un vertice di maggioranza. Poi lo stop. “Avrebbe drammatizzato eccessivamente la situazione”, spiega una fonte dei vertici pentastellati. È solo un rinvio. Perché un punto collegiale con il pentapartito di ritorno che sostiene Conte (M5s, Pd, Leu, Italia viva e Maie) lo si farà, ma dopo la formalizzazione dei gruppi dell’ex rottamatore, attesa tra venerdì e sabato.

Intanto Montecitorio ribolle. “Se pensano di voler terremotare il governo dicendo ogni secondo che sono l’ago della bilancia arrivederci e grazie”. Un esponente dei vertici del Movimento 5 stelle tira una robusta linea rossa di confine tra quel che l’azionista di maggioranza del governo permetterà o non permetterà di fare agli scissionisti renziani. Ecco che poco più in là ne arriva uno solcando il Transatlantico: “Ora ci divertiremo. Sulla Tav che facciamo? E sulle trivelle? E sul jobs act? Daremo battaglia”. Ride sornione. Fino al punto di far cadere il governo? Prende tempo, fa roteare le mani in aria: “No dai, fino a lì no. Adesso”.

Il giorno dopo la scissione (ma non chiamatela così, si affannano a dire gli interessati, è una nuova casa della bella politica) alla Camera dei deputati non si parla d’altro. L’onda arriva da Palazzo Chigi. Fonti vicine a Conte...

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