"Conte, il taumaturgo che non tiene assieme 70 senatori"

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C’è un filo che lega le leadership del Movimento 5 stelle da Grillo a Conte passando per Di Maio secondo Massimiliano Panarari, docente di Organizzazione del consenso alla Luiss di Roma. È quello di un partito “cesaristico”, nel quale l’ex premier “ha pensato di replicare il paradigma del fondatore per farne un partito personale”. Un bilancio, quello del nuovo corso dell’avvocato di Volturara Appula, con più ombre che luci: “Non puoi pensare di fare il federatore se ti fai la propria corrente, come Conte ha fatto, ma non averla lo indebolirebbe ulteriormente. È prigioniero di questa contraddizione”. E non a caso ieri sera ha dovuto incassare la prima sconfitta: ha dovuto accettare la designazione della Castellone a capogruppo al Senato al posto del suo preferito Licheri.

Professore come valuta questi primi mesi di Conte alla guida dei 5 stelle?
Quella di Conte è sicuramente una leadership faticosa. Ha alcune attenuanti, certo, ma si sta rivelando poco predisposto al ruolo di capo politico. Ricordiamoci che è uno che viene dalla società civile ed è stato scaraventato a Palazzo Chigi. Senza contare che il suo partito è scarsamente strutturato, sia per le caratteristiche in sé, sia per il periodo di lunghissima reggenza dal quale proveniva. Gli mancano le skills di chi ha passato anni all’interno di un partito.

Il Movimento sembra replicare sempre lo stesso schema: prima Grillo, poi Di Maio, oggi Conte, caratteristiche e personalità diverse, ma tutti uomini soli al comando.
Il Movimento 5 stelle è un insieme di paradossi, e uno di questi paradossi è che la forza politica dell’uno vale uno è in realtà un partito cesaristico e carismatico. È sempre stato un partito del leader di turno, nel quale ufficialmente non sono ammesse le correnti, ma che nei fatti esistono e sono litigiose, e che via via sono diventate sempre più potenti.

I successi elettorali non diventano così frutto del carisma del momento, dell’onda emotiva? Su questo Conte potrebbe avere problemi, in parte si sono visti alle amministrative.
Ma sicuramente. Hanno sempre intercettato voti d’opinione, per lo più su parole d’ordine di un’ideologia prepolitica, l’onestà, la trasparenza e via discorrendo, ma poi non è mai strutturato. È un partito che ha paura delle forme di dissenso, e quindi tende a non dividere il potere, lo accentra in un impeto di controllo. Tutti grumi che oggi vengono presentati come conto a Conte.

Il nuovo capo politico non sembra esente da colpe.
Ne ha diverse. Ha messo il pilota automatico e non l’ha mai tolto. Sa che il M5s è un partito cesaristico e ha pensato di replicare il paradigma di Grillo, e voleva farne un partito personale. Si è convinto di essere l’uomo della provvidenza, per i feedback che aveva dall’interno e per quelli delle piazze, si è sentito investito di un potere taumaturgico.

L’errore capitale è quello di aver voluto i pieni poteri, di pensare che bastasse la sua presenza per mettere ordine nel caos?
Innanzitutto si è messo in conflitto con i leader precedenti. Oggi cerca di ricostruire con molta fatica un rapporto con Grillo per giocarlo contro Di Maio, ma sostanzialmente viene visto da entrambi, che lì dentro sono cresciuti e vi si sono identificati, come un corpo estraneo. C’è da dire poi che non puoi fare il federatore se ti fai la propria corrente, come Conte ha fatto, ma non averla lo indebolirebbe ulteriormente. È prigioniero di questa contraddizione. E ricordiamoci sempre che è uomo della stasi, del rinvio costante, e questa cosa è funzionata a Palazzo Chigi, al partito non sta funzionando.

Stasi interrotta solo dalla nomina dei cinque vicepresidenti.
Una scelta che rappresenta più la volontà di blindare una corrente che di unire il Movimento. Vede, Conte, ha pensato di non avere resistenze, è arrivato da salvatore, con l’idea che senza di lui non si sopravvive. Non ha considerato che Draghi ha riconfigurato il sistema politico, e l’ala governista ha trovato una sponda, e lui non ha possibilità di controllarla.

Non crede però che ci sia anche un problema generale di classe dirigente? Non si parla nemmeno di signori delle tessere, i colonnelli 5 stelle hanno il loro piccolo orto a Palazzo e riscontri quasi nulli sul territorio.
Si può tranquillamente dire che con l’eccezione di Di Maio e di Fico, la classe dirigente è un’oligarchia di Palazzo. E’ un partito di notabili, la scelta dei vicepresidenti fotografa la situazione senza spostarla di un millimetro. Figure senza consenso popolare che muovono leve interne e che sono lì solo per quello. Quello che è partito come un movimento post moderno alla fine della parabola si è rivelato un partito pre moderno, ottocentesco, un partito di integrazione sociale e ideologica di massa. Ma il cosiddetto partito dei notabili avrebbe bisogno di un Cavour.

Sarebbe un paragone spericolato quello con Conte, non crede?
Ha molte caratteristiche del notabile, la sua oratoria può essere definita ottocentesca. Ci fermiamo qua. Per il resto diciamo che Cavour è diventato primo ministro italiano dopo aver unificato un paese dal nulla, Conte catapultato direttamente dal suo studio da avvocato.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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