Conte, niente benzina sul fuoco

Italian Prime Minister Giuseppe Conte looks on during the signing of the Memorandum of Understanding between Italy and the European Investment Bank (Bei) in Rome, on February 19, 2020. (Photo by Christian Minelli/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)

“Non ho nessuna intenzione di farmi cucinare a bagnomaria”. Giuseppe Conte ha letto i lanci delle agenzie sul suo smartphone, è stato informato passo passo dai suoi collaboratori. La reazione al caleidoscopio di dichiarazioni squadernato da Matteo Renzi a Porta a Porta è ambivalente. Da un lato il premier non ha la volontà di drammatizzare una situazione che legge come un petardo piazzato sotto la sua poltrona, più che una bomba. Dall’altro ha scavato ancor più il solco tra quelli che sono ormai i due rivali nella maggioranza. “È assurdo e non porta da nessuna parte – il senso del ragionamento del premier – che uno dei principali leader di maggioranza parli a tutti gli effetti come se fosse un capo dell’opposizione”. È per questo che il presidente del Consiglio sta valutando in queste ore la mossa per stanare Italia viva: un voto parlamentare sulla nuova agenda di governo. Non domani, nemmeno dopodomani, per non far precipitare le cose, ma seguendo regole e rituali delle assemblee parlamentari.

Un membro del governo considerato vicino al capo del governo risponde al telefono: “È assurdo che ai tavoli del programma i renziani arrivino pieni di buone intenzioni e proposte interessanti. Poi vanno davanti ai microfoni e ci sparano addosso, vanno in in Commissione e ci votano contro”. Il riferimento è alle votazioni sulla legge Costa alla Camera. Ancora la prescrizione, ancora un tentativo di sgambetto che ha fatto tremare la maggioranza, salva per un solo voto.

L’inquilino di Palazzo Chigi ha dato prova nelle ultime settimane di non volersi muovere con impeto e precipitazione. Il meccanismo per inchiodare Italia viva è ancora allo studio. Ci si concentra su una mozione o risoluzione parlamentare nella quale far confluire le misure di rilancio della crescita economica o l’intera Agenda 2023. Chiedere un voto sul nuovo programma non significa, non essendo prevista la fiducia, arrivare al redde rationem finale. Ma politicamente significherebbe per il presidente mettere nero su bianco, davanti alle Camere e al paese un impegno comune. Alla luce del quale ognuno si dovrà assumere ogni decisione futura.

“Non voglio sfiduciare Conte, non c’è nessun problema” ha detto l’ex rottamatore. Più o meno qui si ferma la mano tesa in più di un’ora di intervista. Conte e il suo entourage hanno soppesato tutti i passaggi. Quello sul governo istituzionale è stato derubricato a pistola caricata a salve. L’ex premier vuole un nuovo Nazareno, o un esecutivo stile Maccanico, per fare una riforma in stile presidenziale. “Salvini e la Meloni non ci staranno mai – spiega una fonte vicina all’avvocato del popolo – sta roba qui si arena in pochi giorni”.

La volontà di logorare un presidente che è, con tutti i distinguo del caso da parte degli interessati, espressione del Movimento 5 stelle la si è chiaramente avvertita nella proposta di abolire il reddito di cittadinanza. Definita da Renzi la “cura del cavallo”, facendo il verso alle dichiarazioni pomeridiane del premier che ne esortava proprio a una “cura del cavallo per la crescita e il rilancio del paese”, solertemente rilanciata dalla sua comunicazione. Che bisogno c’è, si vocifera nell’entourage presidenziale, di mettere in discussione un provvedimento che Renzi sa perfettamente essere la pietra miliare per il Movimento 5 stelle, e che è stato archiviato e non rientra nell’orizzonte di questa maggioranza?

Ma ancor più ha destato irritazione e stupore il rilancio della mozione di sfiducia nei confronti di Alfonso Bonafede se non ritirasse il provvedimento sulla prescrizione. “La situazione sarebbe veramente pesante”, spiega un collaboratore del premier, prefigurando scenari di crisi vera. Le prime file pentastellate, dal ministro Fabiana Dadone al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, hanno fatto partire il fuoco di fila di sbarramento.

Conte deve affrontare Renzi muovendosi sullo strettissimo crinale che vede ai rispettivi lati il Pd e i 5 stelle. Buona parte di questi ultimi sono preoccupati da uno scenario che vede il loro governo reggersi sulla stampella di deputati ex forzisti. Nonostante le smentite che sono arrivate e che arriveranno, anche da Palazzo Chigi si sta lavorando a una rete di sicurezza che preveda un manipolo di peones pronti a sostituirsi a Iv. Il pallottoliere di Palazzo segna intorno alla decina il numero necessario.

I Dem sono furiosi. Non è un caso che le reazioni più pesanti arrivino da ex renziani come Graziano Delrio o Dario Parrini. “Un chiacchiericcio insopportabile”, lo ha bollato Nicola Zingaretti. Ancor prima che parlasse i senatori si sono convocati giovedì mattina per “fare il punto sulla situazione politica”. “Come abbiamo preso le parole di Renzi? Male, molto male”, spiega uno di loro. Che sui responsabili taglia corto: “Chiedete a Paolo Romani”. La crisetta latente è destinata a continuare.

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