Conte: per interesse di parte si compromette interesse nazionale

Afe

Roma, 20 ago. (askanews) - "E' legittimo per una forza politica mirare ad aumentare il consenso elettorale, ma per perseguire il fine democratico del bene comune e dell'efficienza, ogni partito è chiamato a una mediazione filtrando l'interesse di parte alla luce degli interessi generali. Quando si pensa solo agli interessi personali e di convenienza elettorale" si finisce per "compromettere l'interesse nazionale". Lo ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, intervenendo nell'Aula del Senato.

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    Arrivano le maxi multe per chi usa lo smartphone alla guida

    È previsto per il 28 gennaio nell'Aula della Camera l'approdo della riforma del codice della strada che nel luglio scorso - a causa delle perplessità della Ragioneria per gli aggravi finanziari previsti e per la caduta del governo Lega-M5s - subì lo stop prima di arrivare nell'emiciclo, nonostante il consenso unanime della maggioranza e dell'opposizione in Commissione Trasporti.Quei pareri non sono ancora arrivati ma il calendario dovrebbe essere rispettato, soprattutto se la proposta di legge Costa che punta a bloccare la riforma della prescrizione del Guardasigilli Bonafede dovesse essere rispedito come pare in Commissione Giustizia. Al di là del giudizio della Ragioneria ci sono comunque ancora alcuni nodi da sciogliere: se applicare o meno il divieto di fumo per i guidatori e se innalzare la velocità in alcuni tratti autostradali a 150 km/h (la Lega riproporrà l'emendamento in Aula ma il governo e la maggioranza non dovrebbero dare parere favorevole).Sta di fatto che - a meno di turbolenze post-Emilia - i parlamentari nei prossimi giorni saranno chiamati ad una vera e propria rivoluzione riguardo al codice della strada. Perché è prevista una mano pesante per i trasgressori. Anzi rispetto alla fase giallo-verde, potrebbe arrivare - sempre con un emendamento dell'esecutivo - la proposta di ritirare la patente per chi utilizza il cellulare alla guida.Al momento nel testo che arriverà in Aula viene sancito il divieto in auto di utilizzo di "smartphone, computer portatili, notebook, tablet e dispositivi analoghi". E vengono raddoppiate le sanzioni. Si passa per la prima violazione ad una somma compresa tra 422 e 1697 euro (ora è prevista da 165 a 661 euro) e si procede con la sospensione della patente di guida da 7 giorni a due mesi. Per la seconda violazione si può arrivare anche ad una multa di 2.588 euro e al raddoppio della decurtazione dei punti patente, da 5 a 10.In ogni caso è "consentito l'uso di apparecchi a viva voce o dotati di auricolare purché il conducente abbia adeguate capacità uditive ad entrambe le orecchie che non richiedano per il loro funzionamento l'uso delle mani". Mano pesante anche per chi non rispetta il divieto di sosta, tanto che aumenterà la decurtazione dei punti da 2 a 4.Previsto l'obbligo di lasciare sul parabrezza del veicolo un preavviso per favorire il pagamento della sanzione in misura ridotta ma i trasgressori dovranno pagare multe più salate: ora la somma è compresa tra 85 e 334 euro ma verrà aumentata: tra 161 e 647 euro. Per i veicoli a due ruote la somma sarà tra 80 a 328 euro (ora è tra 40 a 164). Gli ausiliari potranno avere, su input dei comuni, funzioni di accertamento per tutte le violazioni.La contestazione 'diretta' non sarà inoltre necessaria per l'accesso o il transito dei veicoli su strade vietate. Previsto l'utilizzo di dispositivi omologati di rilevazione dell'infrazione. Per chi possiede una posta certificata ci sarà l'obbligo di notifica delle contravvenzioni per via telematica.Novità per chi affronta l'esame di scuola guida. Il foglio rosa sarà valido per 12 mesi e chi passa l'orale potrà ripetere due volte, anziché una volta sola come previsto attualmente, la prova pratica. Nelle 'zone scolastiche' i comuni dovranno adottare il limite massimo di velocità di 30 km/k e gli scuolabus dovranno essere muniti di cinture di sicurezza. Verra' istituita l'Anagrafe nazionale degli autisti di scuolabus "al fine di avere un costante controllo sullo stato di aggiornamento della patente degli addetti".Altre novità: parcheggi rosa per donne in stato di gravidanza con un bambino di eta' non superiore a due anni; durata minima di 3 secondi della luce gialla dei semafori; divieto di messaggi sessisti o lesivi di diritti nei cartelloni pubblicitari; in autostrada potranno circolare motocicli, velocipedi, ciclomotori di almeno 120 cc e motoveicoli elettrici superiori a 11 KW condotti da maggiorenni. I veicoli elettrici potranno accedere liberamente anche alle ZTL.Il codice della strada cambierà pure per i ciclisti. Ci sarà la cosiddetta casa avanzata per le biciclette (uno spazio riservato alle posto davanti alla linea di arresto dei veicoli a motore) agli incroci con semaforo. Biciclette che potranno circolare a doppio senso ciclabile nei centri urbani e nelle strade con limite fino a 30 km/h. Si introduce infatti la definizione di strada ad alta intensita' ciclistica e di "strada 30" (urbana o extraurbana) sottoposta al limite di velocità di 30 chilometri orari.Ci sarà l'obbligo di una adeguata distanza laterale nei sorpassi di biciclette. Previste anche strutture porta biciclette sugli autobus. I ciclisti però dovranno "procedere sempre su unica fila e mai affiancati, salvo che uno di essi sia minore di anni dieci e proceda sulla destra dell'altro e salvo che si trovino su corsie e percorsi ciclabili riservati".Verranno inoltre 'alienati' i veicoli immatricolati all'estero e con targa EE in caso di mancato pagamento delle sanzioni. Sanzioni pure per gli enti locali che non svolgono la rendicontazione delle somme incassate dalle contravvenzioni.Cambiano le regole per i servizi di piazza con veicoli a trazione animale o con slitte. Il servizio "viene previsto solo come servizio di trasporto nei parchi, nelle riserve naturali e in manifestazioni pubbliche". Tuttavia i comuni potranno "determinare i tratti e le zone in cui tali servizi sono consentiti per interessi turistici e culturali". Le licenze esistenti potranno essere riconvertite in licenze taxi o di servizio noleggio.Gli autocarri "di massa complessiva a pieno carico superiore a 3,5 tonnellate adibiti al trasporto di merci pericolose, immatricolati a decorrere dalla data di entrata in vigore delle disposizioni di cui al comma 10-bis, dovranno essere dotati di un sistema di controllo della stabilità, un sistema contro i colpi di sonno e l'abbandono della corsia di marcia e un sistema di frenata automatica anticollisione".Verrà poi confermato l'emendamento 'Comencini' (Iv) riguardo ai monopattini anche se ci saranno modifiche per aumentare la sicurezza. Si introduce infine un regime di semplificazione dei collaudi per taxi e Ncc. Il ministro delle infrastrutture e dei trasporti con un decreto potrà individuare i veicoli che sono soggetti ad un ulteriore accertamento dei requisiti di idoneità.

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    A Mongreno un altro cane è rimasto vittima di bocconi-killer. L'animale è stato operato d'urgenza dopo aver ingerito wurstel pieni di chiodi.

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    Tra i primi 100 manager piu pagati in Italia, le donne sono solo quattro.

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    Lacrime e momenti di disperazione ai funerali di Daniela Piscione, la 30enne che si è tolta tragicamente la vita.

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    Chi è Paolo Jannacci, celebre figlio del cantautore milanese autore di successi come "Vengo anch'io". A sanremo 2020 canterà "Voglio parlarti adesso"

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    La Casa del Biscione crea la sua entry level, con grandi intuizioni tecniche e gravi problemi di gioventù

  • 41 anni senza Mario Francese, il giornalista che spaventava la mafia
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    41 anni senza Mario Francese, il giornalista che spaventava la mafia

    “Mariuzzo, ma chi te lo fa fare?”. Era una delle frasi più ricorrenti che Mario Francese si sentiva ripetere. E non fu un caso che il giornalista del Giornale di Sicilia, fra i più bravi che la Sicilia abbia mai avuto, pochi giorni dopo la sua morte fu completamente dimenticato. Pagava la “colpa” di essere andato oltre, in una Palermo spietata che si era abituata ai morti ammazzati, liquidandoli con un “sarà questione di fimmine”. O di esagerazione del giornalista, appunto. Venne ucciso il 26 gennaio del 1979, 41 anni fa. E, triste scherzo del destino, fu proprio il figlio Giulio (all'epoca giovane giornalista, oggi Presidente dell'Ordine di Sicilia) a ricevere la segnalazione di un “morto in Viale Campania”. E quel morto, scoprì, fosse proprio il padre.Quella sera di quarantuno anni fa, Mario Francese aveva finito la sua giornata alla redazione del “Giornale di Sicilia”. Arrivò sotto casa, scese dall'auto quando il killer di Cosa nostra, Leoluca Bagarella, gli sparò con una calibro 38 alle spalle. Da quel giorno, e prima delle condanne dell'11 aprile 2001, in pochi rimasero accanto alla famiglia Francese. Per anni si disse: “La mafia non c'entra nulla”. Negli anni Duemila, invece, fu tutta la cupola a finire a giudizio, da Salvatore Riina a Francesco Madonia, passando per Michele Greco, Antonino Geraci, Giuseppe Farinella, Matteo Motisi, Pippo Calò e imputati per essere stati i mandanti Leoluca Bagarella e Giuseppe Madonia. “Mario Francese è morto perché ha detto ciò che non doveva dire, secondo l'ordine stabilito da Cosa nostra, e ha scritto ciò che per i mafiosi non doveva essere scritto e portato alla coscienza di tutti”. Sono le conclusioni della requisitoria di Laura Vaccaro, la Pm del processo che, soltanto anni dopo e grazie alla testardaggine dei figli Giulio e Giuseppe, portò alle condanne a 30 anni per tutti gli imputati. Una vera e propria lotta che costò tantissimo alla famiglia Francese.La storia di Mario Francese era stata relegata all'oblio e nemmeno le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo - che raccontò ai magistrati che fosse stato assassinato da ‘Cosa nostra' perché dava fastidio con i suoi articoli - erano sufficienti per riaprire il caso. Serviva qualcosa di più. E quel “qualcosa in più” arrivò con la determinazione e l'impegno dei figli. Giuseppe Francese, il figlio più piccolo di Mario, si rimboccò le maniche e iniziò a ricostruire l'attività del padre attraverso i suoi articoli. Il suo obbiettivo era di trovare dei collegamenti con la questione degli appalti della diga Garcia.Ma non solo. Perché l'impegno di Mario Francese negli anni era stato immenso, una produzione giornalistica che non si limitava a dare la notizia, ma a raccogliere elementi per analizzarla ed andare oltre le ‘veline' degli inquirenti. Esattamente ciò che oggi definiremmo ‘giornalismo d'inchiesta', che per lui era una missione.La strage di Ciaculli, l'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, fu tra i primi a capire – e raccontare – che l'omicidio di Peppino Impastato non fosse un atto terroristico (come si voleva far credere) ma un delitto di mafia. E poi ancora fu l'unico giornalista a intervistare la moglie di Totò Riina, Ninetta Bagarella. Le fece delle domande, una sorta di ‘lesa maestà' per la donna del più feroce capo mafia che, in quel periodo, stava scalando la gerarchia di cosa nostra.Scavò sulla pioggia di miliardi per la ricostruzione post terremoto del Belice e soprattutto scoprì che, alla base del forte scontro interno mafioso, ci fossero i soldi stanziati per la costruzione della diga Garcia (alcuni terreni erano dei cugini Salvo). E nel settembre del '77 pubblicò un'inchiesta in sei puntate dove descriveva tutta la rete di collusioni, corruzioni ed interessi che si erano sviluppati per la realizzazione della diga. E fu in quella occasione che Mario Francese dettagliò come, dietro la sigla di una misteriosa società, la Risa, si nascondesse Riina.Un impegno costante, un giornalismo libero che Francese pagò a caro prezzo. Ma che da anni è di stimolo per tantissimi giovani che vogliono intraprendere la “missione” giornalistica. Proprio ripercorrendo le sue orme.

  • GF Vip, Salvo Veneziano accusa Signorini: “Usi due pesi e due misure”
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    GF Vip, Salvo Veneziano accusa Signorini: “Usi due pesi e due misure”

    Salvo Veneziano attacca SIgnorini per aver tenuto a suo dire atteggiamento differenti nei confronti suoi e degli altri concorrenti.

  • "Dio li perdoni". Storie inedite di deportati italiani nei lager nazisti
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    AGI

    "Dio li perdoni". Storie inedite di deportati italiani nei lager nazisti

    "Abbiamo incontrato anche anime generosissime. Dio benedica costoro e tutti i buoni, perdoni i cattivi e i tristi". È l'ultima lettera di Renato Dalla Palma, poco più che ventenne, scritta pochi giorni prima di essere deportato al lager di Mauthausen nel febbraio 1945, e da lì al sottocampo di Gusen, chiamato "l'inferno degli inferni", dove morì in modo atroce neanche un mese dopo, probabilmente nella rete di gallerie sotterranee trasformate dalle SS in una sorta di immensa fabbrica di guerra lontana dalla luce del sole. Partigiano cattolico, era stato arrestato dalla polizia tedesca in seguito ad una delazione. Uno dei tanti, tantissimi, italiani finiti nei campi di concentramento nazisti. Almeno 27 mila deportati 'politici', più circa 8000 ebrei, finiti dall'Italia nel sistema dei lager gestiti dalle SS.Storie che oggi - allo scadere del 75esimo anniversario della liberazione di Auschwitz \- riemergono nel tentativo di contrastare il progressivo oblio della memoria. Storie spesso inedite, molte delle quali, raccolte dall'Aned (Associazione nazionale ex deportati), si possono ora trovare nel sito mauthausen-memorial.Persone comuni precipitate, per mille motivi diversi, nel vortice degli orrori del Terzo Reich. Schegge di storie che servono oggi a ricomporre e tenere vivo il quadro più largo dello sterminio nazista. Operai, architetti, artigiani, intellettuali, amministratori locali, antifascisti, imprenditori, sportivi: gente comune, travolta dall'abisso del nazismo. Spesso per le proprie idee.Come Enrico Bracesco. Lavorava alla Breda di Sesto come capo attrezzista. Ma di notte trasportava armi e viveri alle brigate partigiane nella Brianza. Arrestato, trasferito a San Vittore, poi portato a Fossoli. Da lì il viaggio della morte verso Mauthausen: in una colonna di autocarri chiusa dai side-car tedeschi, poi a bordo di barconi sul Po fino a Verona, da cui raggiungerà il campo di Bolzano e infine su un carro bestiame fino al lager.Enrico, che durante un incidente l'anno primo aveva perso una gamba, è infine obbligato a marciare con le stampelle gli ultimi 5 chilometri fino al campo, dove viene "selezionato" per il castello di Hartheim, in quanto considerato "inabile al lavoro".Hartheim era uno dei più famigerati centri per la sperimentazione medica tedesca del progetto 'Aktion T4', il programma nazista di eutanasia che prevedeva la soppressione delle cosiddette "vite indegne di essere vissute". Nessun prigioniero ne è mai uscito vivo. Il documento ufficiale che certifica la morte di Enrico Bracesco porta la data del 15 dicembre 1944.O come Diego Biagini, operaio tessile di Prato, arrestato dopo lo sciopero generale dei primi di marzo '44. Ai familiari dissero "che era partito in un treno pieno di uomini". Matricola n. 56962, morì l'8 aprile 1944 nel 'Sanitaetslager' di Mauthausen. L'unico, in assoluto, la cui famiglia ottenne una comunicazione ufficiale dalle autorità tedesche, secondo la quale morì "a causa di un'incursione nemica". Una menzogna, assurda nella sua inutilità.Martiri venuti dalla vita quotidiana, spesso quelli che oggi noi chiameremmo "eroi borghesi". Tra questi il critico d'arte e studioso della storia dell'architettura Raffaello Giolli. Nel 1931 viene estromesso dall'insegnamento liceale perchè si rifiuta di prestarsi al giuramento fascista. Non a caso nel 1940 viene internato, insieme al figlio diciannovenne, in un campo di concentramento in Abruzzo e poi assegnato al domicilio coatto.Nonostante la sorveglianza, prende contatti con i partigiani e, tornato a Milano, cerca di organizzare la resistenza tra artisti e intellettuali. Nel settembre '44 la sua abitazione è perquisita, i suoi scritti sequestrati. Sottoposto a interrogatori durissimi, per evitare conseguenze ai familiari si getta da una finestra procurandosi fratture multiple. Anche per lui è l'inizio del viaggio della morte: dal carcere di Milano al campo di Bolzano, da qui a Gusen, dove per le terrificanti condizioni si ammala di polmonite. Come raccontò l'amico pittore Aldo Carpi, le Ss decisero di "disinfettarlo". Ossia fu gasato, il 6 gennaio 1945.Grandi architetti, come Giuseppe Pagano Pogatschnig. Storie che mostrano come da vite quotidiano si potesse scivolare, quasi senza accorgersene, nell'eroismo e poi nella morte. Fu direttore di riviste come La Casa Bella (poi Casabella), sulle cui pagine difese l'architettura razionalista contro il monumentalismo celebrativo fascista. Portano la sua firma l'istituto di Fisica dell'università di Roma e la sede della Bocconi a Milano. Arrestato il 9 novembre 1943 a Brescia, riuscirà a fuggirne in modo spettacolare insieme ad altri 260 detenuti, approfittando di un bombardamento.Finito di nuovo agli arresti per i suoi tentativi di riprendere contatto con la Resistenza, dopo un passaggio alla famigerata Villa Triste di Milano, si troverà a Mauthausen alla fine del novembre dell'anno dopo con cucito sul petto il triangolo rosso dei deportati politici: con i russi già sulla linea dell'orizzonte, stremato dalle percosse e dal lavoro nelle gallerie, muore il 22 aprile 1945, con la guerra che è quasi finita. L'ultimo struggente messaggio, consegnare ad un amico, era per sua moglie Paola: "è probabile che la nostra bella vita così intensamente felice sia definitivamente interrotta. Abbi forza. Non piangere troppo e sii fiera della mia vita generosa pensa a riprenderti, non abbandonarti alla malinconia. La vita di farà ancora sorridere e io ne sarò tanto felice. Bacia la bimba: essa possa vedere il nuovo mondo".Una vita di passioni, come quella di Guido Valota: suonava il violino, aveva lavorato alla Falck e poi alla Breda. La sua colpa era quella di conservare clandestinamente dei bigliettini su cui aveva segnato il denaro che riceveva e poi dava alle famiglie degli operai entrati in clandestinità. Guido il 14 marzo 1944 viene arrestato di notte, a casa, dai fascisti.Come racconterà il figlio Giuseppe, dopo l'usuale odissea tra San Vittore, Bergamo, l'aeroporto di Schwechat e le grotte di Moedling, durante la marcia della morte di 30 chilometri al giorno in direzione Mauthausen, senza cibo e trainando i carri delle masserizie dei tedeschi, Guido crolla: un nazista gli strappa tutte le matricole cucite sulla divisa, col tallone dello stivale gli strappa anche il braccialetto e lo finisce sparandogli un colpo alla nuca. Non era valso niente il fatto che alla Kommandatur la notte di Natale del '44 l'avessero costretto a suonare il violino in cambio di un pesce sotto sale. Che Guido dividerà in baracca insieme ai suoi compagni Sordini, Croci, Arrisari, Saladin e Cima. Fu la loro notte di Natale.Era invece marchiato col numero 57467 il diciottenne Danilo Veronesi, di Caprino Veronese. Aveva fatto del volantinaggio, poi insieme ad alcuni compagni, trovò dei fucili in una struttura militare abbandonata da nascondere in degli orti della zona, con l'idea di passarli poi ai partigiani. Nella notte tra l'1 e il 2 gennaio 1944, un reparto della brigata fascista 'Muti' fa un'incursione nel quartiere, minacciando padri e figli di fucilazione se non venivano immediatamente consegnate le armi. Di fronte alla certezza di una fine drammatica per tutti, Danilo svela il nascondiglio e consegna i fucili.Finito a San Vittore, e da lì deportato a Mauthausen e infine trasferito alle gallerie del sottocampo di Ebensee. "Era un ragazzo straordinario", racconterà molti anni dopo Roberto Castellani di Prato, compagno di prigionia, uno dei pochi italiani sopravvissuti. "Pensava sempre agli altri, li aiutava, chi cadeva in terra se lo caricava sulle spalle per riportarlo nel campo, senza guardare se era italiano, polacco o ebreo".Dopo un po' \- siamo ancora nel '44 - Danilo si offre volontario per un tentativo di fuga. Avviene il 9 maggio: una corsa durata tre giorni, finita in una baracca distanti soli 15 chilometri dal campo. Viene scoperto da un guardiacaccia, che lo tramortisce colpendolo alla testa con una pala. Riportato al campo, dopo un interrogatorio e un pestaggio, il comandante del campo, Otto Reimer, gli aizza contro i cani di guardia. Danilo muore dilaniato. La mattina seguente il corpo straziato viene esposto sul piazzale centrale del campo davanti a tutti i deportati. Poi il cadavere viene gettato sui fili della recinzione elettrificata: forse Reimer voleva ingannare la storia, scrivendo sui registri del lager "suicidio per elettricità". Ma, alla fine, oggi è la storia a rendere giustizia a Danilo. E a Renato, Enrico, Giuseppe, Raffaello, Guido.

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