Contro il 4 novembre

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04/11/2021 Roma, celebrazione della festa delle Forze Armate e del centenario del Milite Ignoto. Nella foto le Frecce Tricolori (Photo: Alessandro Serrano')
04/11/2021 Roma, celebrazione della festa delle Forze Armate e del centenario del Milite Ignoto. Nella foto le Frecce Tricolori (Photo: Alessandro Serrano')

Perché mai continuiamo a festeggiare il 4 novembre come anniversario della vittoria? Ma vittoria di che, perché quel tripudio di Frecce Tricolori che rombano sui cieli di Roma? Casomai dovremmo celebrare in questa giornata la fine della più grande e insensata carneficina della storia, l’”inutile strage” della Prima guerra mondiale che solo Benedetto XV implorò di scongiurare.

Ieri sera ho visto in tv un film bellissimo, “La scelta di Maria” diretto da Francesco Micciché, dove si racconta l’epopea del Milite Ignoto traslato esattamente cent’anni fa da Aquileia al Vittoriano, e la madre dolorosa, Maria, che sceglie la bara con i resti irriconoscibili di uno dei tanti figli perduti in guerra senza nemmeno il conforto di una decente sepoltura. Perché questo fu la Prima guerra mondiale: lo sterminio di centinaia di migliaia, milioni di morti in battaglia schiacciati nell’anonimato. Nella guerra tradizionale si potevano cantare le gesta dell’eroe, la gloria, la fama imperitura di chi moriva combattendo. Nella nuova guerra i soldati sono solo gli ingranaggi di una macchina di morte che cancella ogni individualità, divide senza nome e senza volto, militi ignoti che la guerra rende materiale da discarica di massa. Il milite ignoto, scriveva Erns Jünger, si definisce “nella sua sostituibilità, e nel fatto che dietro ogni caduto è già pronto, di riserva, il cambio della guardia”. Pezzi sostituibili di una macchina mostruosa. Morti anonimi che esigono il cambio della guardia, nuova carne da macello per rimpiazzare quella già consumata, dopo anni di immobilità, di fame, di patimenti, di gelo, nella merda e nel fango delle trincee. Cosa abbiamo da festeggiare, ancora? Dovremmo ringraziare, piuttosto, perché quella carneficina infinita invece finì. Ma la sua fine fu l’inizio delle cose peggiori e più atroci che il Novecento ha conosciuto.

Milioni di mutilati, milioni di vedove e orfani. Per che cosa? La Seconda guerra mondiale fu un’apocalisse, un numero spaventoso di morti in battaglia, popolazioni decimate, popolazioni deportate, l’orrore indicibile della Shoah, città distrutte, la società civile ridotta in poltiglia. Ma in quell’orgia di sangue si intravedeva un senso, un significato, il mondo non sarebbe stato lo stesso se a vincere fosse stato Hitler.

Ma la Prima guerra mondiale non aveva nessun senso, nessuna grandezza, nessun imperativo morale. Questioni territoriali, irredentismi sparsi, conquiste imperiali. E poi? Gli intellettuali, nelle “radiose giornate” che segnarono l’inizio delle ostilità, come al solito suonarono il piffero della causa sbagliata, si arruolarono fatui e febbrili per vivere l’avventura e per affrancarsi dalle mollezze della pace borghese: una pace che nei decenni precedenti aveva significato sviluppo economico, rivoluzione industriale, crescita del benessere e che lor, come sempre, detestavano, la trovavano esteticamente riprovevole. Pensavano a una guerra lampo, al clangore della battaglia, al rullare dei tamburi. E non capivano che quella guerra sarebbe durata un tempo impensabile. Cercarono di dare un senso eroico a quella guerra, ma dovettero arrendersi alla terribile realtà: aveva ragione il Papa, era una ”inutile strage”. Strage di miglia di fucilati perché “disertori”, “disfattisti” e “imboscati”, poveri contadini analfabeti che non capivano per quale bandiera dovessero farsi ammazzare.

Con la Prima guerra mondiale prendono avvio le grandi tragedie del Novecento. Hitler è un figlio del trauma immane di quella guerra. Il bolscevismo, e i decenni di sacrifici umani che avrebbe richiesto, non lo si comprende senza il grande massacro di quella guerra. La moltiplicazione degli Stati nazionali, il principio wilsoniano per cui ogni popolo ha un diritto incomprimibile a un proprio Stato, fu l’innesco di una serie infinita di contese territoriali, di pulizie etniche, di nazionalismi aggressivi. I reduci che tornarono devastati ed esausti in un’Italia in cui si sentivano estranei e alieni, in una “vita civile” di cui non se sentivano più parte, trascinarono con sé un’ondata di risentimenti, di patologie psichiatriche, di disadattamento sociale.

Antonio Scurati ha raccontato bene nel primo volume del suo “M”, quanto in quegli anni di incubazione del fascismo fosse onnipresente, anche nell’estrema sinistra, uno spirito di violenza sconfinata che era diretta emanazione della guerra: il pugnale, il cazzotto, la violenza, la familiarità con la morte, lo spirito dello squadrismo come continuazione dello spirito di trincea con altri mezzi. Crollò l’ordine liberale, crollò il socialismo riformista sferzato dal radicalismo comunista, crollò la credibilità della democrazia parlamentare. I totalitarismi del ventesimo nacquero allora, in quelle trincee, in quella strage immane e senza senso. Il 4 novembre del 1918 finì, per noi. Ma non c’è niente, assolutamente niente, da festeggiare.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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