Contro il regime comunista di Cuba

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(Photo: SOPA Images via Getty Images)
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Tra i terrapiattisti e i sostenitori, muniti opportunamente di bandiera, del regime dittatoriale comunista cubano, con il loro “Patria o Muerte!”, da tempo ormai non vedo più differenze alcune. L’immagine può sembrare azzardata, assurda, patafisica, e tuttavia, almeno ai miei occhi allenati al doveroso disincanto post-ideologico fuori tempo massimo, non credo davvero lo sia, assodato che alle idee politiche più tetre e illiberali è giusto e opportuno rispondere con l’archibugio e la catapulta della fantasia, dell’immaginazione, dell’estro, della risata seppellitrice, del senso del ridicolo, mai più facendosi ricattare dalla concezione paranoide dell’assedio con cui taluni “compagni” vorrebbero ricattarti moralmente, propria d’ogni realtà statuale, e perfino mentale, di segno comunista, ergo repressiva, prossima al pensiero concentrazionario già visto e testato in Urss. Alla faccia di chi affermi che l’unico vero lager di Cuba sarebbe semmai la base Usa di Guantanamo.

I primi, cioè i terrapiattisti, immaginano di possedere calcoli esatti circa, non vorrei dire una sciocchezza, la non-curvatura della terra, e addirittura da qualche parte reputano di custodire chissà quale altra tavola speciale e segreta dei logaritmi della fisica, comprendente anche il ramo parallelo dei vaccini, del rettilianesimo, dei complotti assoluti. Così, se solo li incontri per caso all’ufficio postale o in tintoria, offrono addirittura argomenti ai loro occhi inoppugnabili al pari di alcuni lettori acefali di certa fantascienza personalmente conosciuti alla fine degli anni ’70, i quali, se solo provavi a citare, che so, Cosimo Piovasco di Rondò, cioè “Il barone rampante” di Italo Calvino, mostravano nelle pupille la sensazione del corpo astrale letterario estraneo, del “fuori sacco” mentale.

I terrapiattisti comunisti filocubani hanno dalla loro la certezza della “Revolución” laggiù ai Caraibi come momento palingenetico, quasi orgasmico, forse l’ultimo scampolo, o magari scalpo yankee, di immaginario, prossimo a ciò che in psichiatria è detto pensiero magico, la percezione distorta del reale oggettivo. Così custodiscono davvero una sorta di hellzapoppin’, leggendario film surrealista (in italiano noto anche come “Il cabaret dell’Inferno”) mentale, comprendente una galleria di feticci talvolta mostruosi e mortuari, meglio ancora, un succedaneo rosso dell’Almanacco domenicale del club di Topolino comunista, comprensivo di marcia, purtroppo non altrettanto degna dei ludici pensieri che Kubrick mette in bocca al protagonista di “Full Metal Jacket” - cioè “i bei tempi dei ditalini alle vostre Mary Jane Ficarotta con le loro belle mutandine rosa sono finiti!” (sic) - in cima al quale, sebbene senza le meravigliose orecchie da topo, avanza convinto e impetuoso di sé Che Guevara, poco importa se a cavallo o a piedi. Accanto a lui Fidel Castro, seguito dal numero e il mese della riscossa, per definizione il “26 luglio”, accompagnato a breve distanza dallo stetson di Camilo Cienfuegos, anarchico, dunque pronto da subito a nutrire dubbi sulla bontà del potere instaurato, non per nulla morto in un incidente aereo. Così come il bolscevismo suscitò orrore, già nel 1918, giorni dei processi leninisti di Mosca contro i socialrivoluzionari, in Rosa Luxemburg - visto che Rosa affermava la necessità di non disgiungere socialismo e libertà individuali - forse anche Camilo qualche perplessità la nutriva. Ma adesso non la voglio fare troppo colta e complessa e storicamente esaustiva, infatti accennavo esattamente a una hellzapoppin’ mentale dei terrapiattisti comunisti, forti della convinzione che tutti i mali di Cuba vengano dall’embargo da parte degli USA, un’idea che ti fa subito venire voglia di sognare il ritorno del più allegro e carnascialesco capitalismo a Cuba, in quanto il migliore, ad oggi, dei mondi possibili, e pure se non ci credo fino in fondo lo dico ugualmente perché presso i già citati terrapiattisti comunisti filocastristi, come già altrove, anni addietro, filo Milosevic e perfino Ceausescu e la DDR con le sue spie delatrici sul pianerottolo, questa parola - “capitalismo” - appare come il paletto di frassino in procinto di conficcarsi nel cuore del vampiro.

Che Guevara, dicevamo; e poco importa che a Cuba lo ricordino come “omofobo”, e poi su tutto l’ossessione palingenetica secondo cui l’isola sia presidio contro le amorali mostruosità dentate politico-economiche incombenti da tutti gli altri paesi dell’America Latina. Da cui forse discende l’ulteriore convinzione del doveroso controllo poliziesco capillare, in termini di “vigilanza rivoluzionaria”; irrilevante, agli occhi del pensiero paranoide del comunista terrapiattista filocubano, ricordare che nel pensiero laico è inaccettabile dividere l’umano genere, i cittadini, manicheisticamente in fedeli e “controrivoluzionari”.

Anni addietro anch’io sono stato a Cuba. Dove i ragazzi non volevo parlare del Che, semmai sapere se conoscessi il Bar “Enna” nel quartiere romano di San Giovanni, non lontano da via Sanremo, dove abitava la mamma di Marcello Mastroianni. Laggiù a L’Avana, mi ha fatto specie scoprire l’esistenza di un presidio territoriale, CDR, Comitato di difesa della rivoluzione. Può farne parte perfino una portinaia arpia, tua odiosa dirimpettaia, è a lei però che l’autorità poliziesca superiore dello Stato socialista si rivolge per sapere della nostra condotta: come ci siamo comportati bene, se lavoriamo o siamo da ritenere “elementi antisociali”. S’intende, che l’infame portinaia è degna delle infami colleghe francesi, così come le descrive il filosofo libertario Albert Camus nei suoi romanzi, che sosteneva appunto l’estate e la libertà in luogo di qualsiasi sospensione dei diritti umani in nome di Marx e d’ogni altro mammut della falsa coscienza. Va da sé che l’arpia del CDR non darebbe mai a nessuno di noi il nullaosta. Un motivo di vanto e merito per chi onora la memoria degli intellettuali e non solo che, già nel 1956, in occasione dell’infame repressione d’Ungheria da parte dei sovietici, abbandonò il Partito comunista italiano.

Ebbene, nell’hellzapoppin’ mentale che terrapiattisti comunisti sostenitori di Cuba, un’oscena materia nera da camera di tortura brilla come fosse invece materiale aureo, e se provi a fargli notare l’orrore è solo tempo perso. E non una parola da parte loro per i molti ragazzi e oppositori, “dissidenti”, parola anche questa ritenuta sinonimo di crimine e attentato alla sicurezza rivoluzionaria; ragazzi arrestati in questi giorni di cui le famiglie non hanno notizia alcuna, l’illegalità del potere. In tempi in cui non si potrà più dire ipocritamente, come nel film di Costa Gavras sui processi staliniani di Praga, “La confessione”, che se solo Lenin ne fosse al corrente si ridesterebbe dal suo sonno nel mausoleo.

Davanti all’autoclave mentale ancor più paranoica della propaganda occidentale filocubana, alla fine, non resta che guardarli in volto e riderne, precisando che il regime non ha finora dimostrato nessuna emozione men che erotica, davvero il minimo se la terra del comunismo cubano si è dimostrata piatta e inabitata, a dispetto dei balli caraibici, dal senso della vera gioia. Abbasso la “muerte”, parola che il regime ha in comune con il fascismo. Patria y Vida!, semmai.

(Photo: NurPhoto via Getty Images)
(Photo: NurPhoto via Getty Images)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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