Corbellini: "I bambini non sono vasi di porcellana. Non vaccinarli, non vuol dire proteggerli"

·10 minuto per la lettura
Gilberto Corbellini (Photo: Getty)
Gilberto Corbellini (Photo: Getty)

“Stiamo sottraendo ai bambini molti benefici che potrebbero avere se facessimo più ricerca clinica dedicata a loro, perché pensiamo che siano dei vasi di porcellana dell’epoca Ming che appena li sfiori, li sfracelli”. Gilberto Corbellini, professore ordinario di Storia della Medicina presso l’Università Sapienza di Roma, che con Alberto Mingardi ha pubblicato un libro dal titolo “La società Chiusa in casa. La libertà dei moderni dopo la pandemia”, presso Marsilio, entra con energia nel dibattito sulla necessità e l’urgenza della somministrazione del vaccino anticovid nei bambini fra i 5 e 11 anni. “Ci troviamo nella situazione paradossale in cui i nostri figli stanno bene e crediamo che il benessere che hanno sia naturale, non dipenda cioè dalle sperimentazioni e dai progressi che la scienza e la medicina hanno fatto nella Storia. Ora stiamo parlando dei vaccini per la fascia di età 5-11. Tra 6 mesi avremo quelli da 6 mesi a 4 anni. Chissà cosa dovremo ascoltare”, spiega ad HuffPostItalia.

Professore, certamente la sperimentazione clinica sui bambini è importante, ma è indubbio che sottoporre i propri figli a trial clinici può far storcere il naso a più di qualcuno.

“Guardi uno dei più importanti ematologi e più influenti medici francesi del secolo scorso, Jean Bernard, che fra l’altro ha inventato le prime terapie per la leucemia acuta e quindi vedeva bambini morire e in situazioni disperate, scrisse più volte nei suoi libri che i bambini hanno cominciato ad avere un valore, non solo economico, quando hanno smesso di morire. Grazie a vaccini e antibiotici. In effetti è così, nella Storia della Medicina, i bambini non sono mai stati così protetti da abusi come oggi, ma paradossalmente ci sembra che questa protezione ancora non basti e la conseguenza è che i comitati etici e le famiglie non danno di norma autorizzazione alla sperimentazione clinica sui bambini e noi ci troviamo con il paradosso che il 60% di carico di malattie nel mondo occidentale è pediatrico e solo il 12% dei trial clinici sono rivolti ai bambini. Le aziende farmaceutiche stanno alla larga dai trial pediatrici, che non convengono e sono rogne”.

E quale è la conseguenza di queste mancate sperimentazioni direttamente sui bambini?

“Che gli adulti, i genitori, sono iperstudiati e usati nelle sperimentazioni cliniche e i bambini sono considerati da molti medici come degli adulti in miniatura: in altre parole si usano dati sperimentali e farmaci degli adulti da applicare ai bambini. Quando è dai primi del ’900 che si sa che i bambini non sono adulti in miniatura e richiedono una medicina tarata su di loro che oggi per fortuna c’è”.

Il vaccino anticovid ha avuto una sperimentazione sui bambini...

“Sì, ma molti dicono che i dati a disposizione non sono abbastanza. Ma come? Hai approvato con gli stessi dati quelli per i ragazzi dai 12 ai 18 anni, e sai che si sono dimostrati anche più sicuri, e poi dici che non hai abbastanza dati? Israele ci ha messo tre giorni a decidere. Poi c’è chi sostiene che il vaccino vada somministrato ai bambini per fermare il virus: io dico, intanto va fatto perché serve anche a loro e poi anche perché ha senso da un punto di vista epidemiologico”.

Torniamo all’excursus storico della sperimentazione sui bambini...

“I bambini e soprattutto le bambine in diverse comunità umane, soprattutto quelle nomadiche e di pastori, erano un patrimonio economico. Quando si cominciò a diffondere la variolazione, una immunizzazione che si basava sull’uso del vaiolo umano, era pratica corrente, nei Circassi, in Cina, nell’Africa Subsahariana, che le donne soprattutto, mammane, medichesse, facessero questo trattamento soprattutto alle ragazze. Lei capisce che il vaiolo se ti uccide c’è un problema, ma se non ti uccide comunque ti deturpa e loro che utilizzavano le figlie per fare accordi economici o scambi attraverso il matrimonio, perdevano in questo caso tutto l’investimento fatto: la variolazione era una tutela del patrimonio. Quando questa pratica arrivò in Europa, Lady Mary Wortley Montagu fece variolizzare sua figlia nel 1718 a Costantinopoli. Poi nel ’21 tornò a Londra e fece variolizzare anche il figlio. I principi di Galles che anche loro avevano dei figli e la principessa Carolina era una che seguiva l’andamento del dibattito filosofico-scientifico nel mondo, avrebbero voluto far variolizzare i propri figli, ma non erano sicuri. Allora fecero una serie di esperimenti fra cui uno: presero dei bambini da un orfanatrofio, li variolarono e li lasciarono in mostra così che chiunque potesse andarli a vedere, se si ammalavano o stavano bene. A seguito di questo esperimento i principi di Galles decisero di praticare la variolazione sui propri figli. E ci sono moltissimi altri casi”.

Ci dica

“Edward Jenner com’è che dimostra l’efficacia della vaccinazione, cioè l’uso del virus delle vacche come vaccino per l’uomo? Intanto 6 anni prima aveva fatto esperimenti con il vaiolo del maiale su suo figlio; poi lo fa sul figlio del giardiniere nel 1796. Non c’era il problema in quel momento che si mettesse a rischio la vita del bambino, si faceva e basta, perché l’alternativa era vederli morire. E poi sono andati avanti: Pasteur con Joseph Mainster, il primo bambino vaccinato contro la rabbia. O l’uso del primo siero antifiterico, preso da una vacia immunizzata su una bambina che stava morendo di difterite in un ospedale di Berlino il giorno di Natale del 1891. Noi celebriamo il coraggio di quei medici e scienziati, ma se qualcuno oggi anche solo pensasse di far qualcosa di vagamente analogo, lo chiudiamo in galera e buttiamo la chiave.

Nel frattempo però sono passati centinaia di anni e oggi ci si fa un po’ più di scrupoli ad avviare una sperimentazione sui bambini senza conoscerne le conseguenze...

“Qui viene la fallacia astorica, secondo me. Con l’attuale atteggiamento politico ed etico la polio non sarebbe mai stata sradicata in tempi così rapidi. Pensi che Jonas Salk fece un esperimento su 1 milione e 800 mila bambini negli Stati Uniti nel 1954 per stabilire l’efficacia del vaccino: un trial clinico randomizzato in doppio cieco fatto nella società! E per convincere gli americani che si potevano fidare, somministrò pubblicamente il vaccino per primi ai suoi tre figli. Oggi noi possiamo con poche migliaia di bambini avere dei dati che ci permettono di correre meno rischi di Salk; abbiamo la sicurezza e tutta una serie di cose eppure guardiamo la Storia per cercare argomenti a favore di un pregiudizio che ci rende avversi ai rischi e non riusciamo a usare la storia per evitare la tirannia del presente o la credenza che le conquiste che abbiamo raggiunto siano le migliori di sempre. Quello che è accaduto nel passato, quel che si faceva o si è fatto di sbagliato o di male, non è un avvertimento per l’oggi, ma parte di un processo che ha portato a quel che siamo e sappiamo fare. Per secoli la scienza non era quella che è oggi e soprattutto non c’erano le norme e le pratiche regolatorie che abbiamo a disposizione oggi: quindi fidiamoci della scienza (non necessariamente degli scienziati)”.

Come possiamo chiedere ai genitori di fidarsi della scienza quando si tratta della salute dei propri figli?

“Oggi i bambini li amiamo e li tuteliamo proprio perché non muoiono più e dobbiamo garantire a loro e a noi che continuino a non morire facendo progredire la medicina. Perché non è improbabile che se tornassero a morire come accade nell’Africa Subsahariana il nostro atteggiamento nei loro riguardi probabilmente cambierebbe. Tornerebbe quello di due secoli fa”

Oggi che abbiamo più sicurezze e garanzie sulla sperimentazione clinica, paradossalmente siamo più impauriti e facciamo “il male” per i nostri figli perché più li proteggiamo e meno li proteggiamo di fatto?

“Esattamente. Alla fine degli anni ’90 quando la terapia genica era rampante e si stava studiando una cura per una malattia genetico-metabolica dei bambini altamente mortale, non si riuscirono a trovare volontari per la sperimentazione perché i comitati etici e i genitori non davano il permesso. Un giovane 18enne, Jerry Gelsinger, si offrì lui: aveva la malattia in forma lieve, non aveva bisogno di terapia genica, ma si fece somministrare il vettore virale con il gene corretto, ebbe una reazione immunologica e morì”.

Un disastro

“Infatti è stato talmente un disastro che per dieci anni la terapia genica si è bloccata. Negli ultimi anni per le malattie rare le cose si stanno sbloccando. Per il resto però si stima che solo il 30-40% dei farmaci che vengono somministrati ai bambini sono stati sperimentati su di loro. Altrimenti sono farmaci studiati per gli adulti e adattati ai bambini. Sa quale è la differenza fra ieri e oggi?”

Prego

“I nostri antenati i bambini li vedevano morire normalmente e ancora oggi, nell’Africa subsahariana, le mamme cominciano a contare i propri figli oltre gli 8 mesi di età a causa dell’alta percentuale che muore di malaria. Per noi non è così: c’è un’attenzione incredibile e i bambini ne guadagnano un sacco, ma quando ci troviamo a doverli trattare, mettere a punto delle misure tarate su di loro come nel caso del vaccino anti Covid, ci facciamo prendere dalla paura anche se è nel loro interesse”.

E’ un terreno scivoloso: il genitore si deve convincere a permettere la sperimentazione su suo figlio affinché la scienza progredisca e di fatto lo salvi in caso di malattia

“Se la scienza non fosse progredita oggi i genitori non saprebbero dove sbattere la testa perché senza vaccini i bambini morirebbero come era prima. Morirebbero ancora di morbillo, di vaiolo, di difterite, di tubercolosi, di parotite, di tetano, etc. Oggi la bioetica chiede la protezione dei bambini, come dei malati di mente, perché non in grado di autodeterminarsi e perché erano le categorie più a rischio di abusi da parte dei medici. Ma un conto è proteggerli e un conto è entrare nella paranoia del volerli proteggere da rischi inesistenti. Questo porta a una situazione in cui non riesci a proteggerli da rischi veri in futuro”.

Questo perché percepiamo i rischi del vaccino, ma non quelli del Covid stesso...

“Esatto: rischi li percepiamo, non li calcoliamo. Ricorderà benissimo dopo le Torri Gemelle negli Stati Uniti le persone in gran numero smisero di viaggiare in aereo e usavano di più l’auto: ci fu un picco di incidenti e di morti. Perché le persone credono che viaggiare in aereo sia più pericoloso di viaggiare in auto e se poi c’è stato un caso di terrosimo... ma è un percezione, non una stima concreta. Poi c’è un’altra cosa”.

Ci dica

”Sa perché i miei genitori mi portarono senza tentennamenti a fare il vaccino contro la poliomielite? Perché fu una faccenda gestita dagli specialisti del tempo e in assenza dei talk show televisivi. Ma anche e soprattutto perché i miei genitori vedevano bambini morire o finire sotto un polmone di ferro, persone adulte semiparalizzate che avevano apparecchi e camminavano con il bastone. Il rischio era reale per cui mi fecero vaccinare immediatamente. Lo stesso per il vaiolo. Non c’è stato quasi nessuno che abbia obiettato o storto il naso sui dati per andare in televisione e così confondere noi persone comuni, in quel momento storico. Ma se si vive in un momento in cui bambini con poliomielite, pertosse, morbillo e Covid 19 non se ne vedono e non muoiono, si pensa che il vaccino non serva. O che non serva per il proprio figlio. Ma il benessere, come dicevamo all’inizio, non è una condizione naturale né scontata”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli