In Corea del Sud un Grande Fratello svela le vite dei contagiati

Davide Sarsini

La Corea del Sud ha adottato un sistema che avverte la popolazione in tempo reale su dove vengono registrati nuovi casi di coronavirus, fornendo informazioni dettagliate sugli ultimi spostamenti delle persone risultate positive ai test. Il sistema consente di sapere se vi siano rischi di esser stati contagiati, in un Paese con oltre 6 mila casi, ma sta avendo pesanti ricadute sulla tutela della privacy dei malati: pur non indicandone nomi o indirizzi, infatti, i pazienti sono spesso facilmente identificabili incrociando età, quartieri e attività e vedono così le loro vite messe in piazza.

Sui cellulari dei cittadini arrivano in continuazione messaggi che segnalano i nuovi casi con l'età e il sesso del paziente risultato positivo, i suoi ultimi spostamenti prima del test e in alcuni casi l'indicazione del lavoro della persona da cui è stato contagiato. Nessun dettaglio viene risparmiato, compreso l'orario a cui si è stati in un bar piuttosto che in un motel a ore e pare che diversi tradimenti siano venuti alla luce in questo modo. E comunque il fatto di essere identificabili rende la vita difficile anche a quei contagiati con pochi sintomi che non avrebbero voluto rivelare la malattia e ora si vedono additati come degli appestati. 

Le informazioni sono anche raccolte e pubblicate sul sito del Ministero della Salute, consultabili da chiunque, e così si scoprono relazioni extra-coniugali, legami privati e abitudini inconfessate. Di una 27enne che lavora alla Samsung di Gumi, ad esempio, si è appreso che alle 23,30 del 18 febbraio si era incontrata con il compagno che è membro della Shincheonji, la setta diventata un focolaio nazionale. I suoi concittadini hanno chiesto di sapere dove abitasse e lei ha supplicato su Facebook il sindaco di non fornire altre informazioni dopo che aveva già diffuso il suo cognome.

Un uomo che aveva contratto il virus insieme alla madre, alla moglie e ai loro due figli ha scritto un post su Facebook per chiedere alla gente di smetterla di attaccarlo, spiegando che ignorava che sua madre fosse nella setta Shincheonji e che la consorte, un'infermiera per i disabili, non sapeva di essere positiva.

La trasparenza adottata della Corea del Sud deriva dall'esperienza del 2015, quando il governo fu molto criticato per aver tenuto segrete le informazioni sui contagiati dall'epidemia di Mers. Da allora le leggi sono state modificate per dare più poteri a chi indaga sugli spostamenti dei contagiati in caso di epidemie. 

"Sappiamo che questo è un terreno di dati personali delicati", ha dichiarato alla Bbc Goh Jae-young, funzionario del Centro per la prevenzione delle malattie coreano. "Prima intervistiamo i pazienti e cerchiamo di raccogliere informazioni, sottolineando che riguardano la salute e la sicurezza di tutta la popolazione", ha spiegato, 
"poi per verificare eventuali reticenze usiamo dati Gps, immagini delle telecamere di sorveglianze e transazioni delle carte di credito per ripercorrere gli spostamenti prima che comparissero i sintomi del coronavirus".

Non tutti gli spostamenti vengono diffusi al pubblico, solo quelli in cui il paziente potrebbe esser stato in luoghi affollati o non abbia indossato una mascherina.