Coronavirus, 34enne deceduto lavorava in un call center ancora aperto

coronavirus-call-center

La morte per coronavirus del 34enne Emanuele Renzi, avvenuta a Roma nella notte tra il 21 e il 22 marzo scorsi, appare ancora più assurda quando emerge il fatto che l’uomo lavorasse in uno dei tanti call center rimasti aperti nonostante la conclamata emergenza sanitaria. Malgrado gli spazi ristretti che possono facilmente diventare veicolo di contagio infatti, i call center sono tra le attività lavorative alle quali è concesso rimanere aperte secondo l’ultima ordinanza del governo annunciata sabato dal premer Conte.

Coronavirus, call center ancora aperti

Secondo quanto riportato da Il Fatto quotidiano, che lo scorso 10 marzo indagò proprio sul call center romano in cui lavorava il 34enne poi deceduto qualche giorno dopo, i lavoratori all’interno dello stabile continuano a lavorare senza che vengano rispettate le più basilari norme igieniche stabilite dalle autorità. Sono in fatti in centinaia gli operatori telefonici ammassati all’intero dell’open space dove lavorava anche Emanuele Renzi: senza la possibilità di indossare le mascherine ma potendo all’occorrenza disinfettare la propria postazione con del Vetril.

A seguito dell’approvazione del decreto “Io resto a casa” lo scorso 11 marzo, l’azienda Youtility Center aveva offerto ai suoi dipendenti la possibilità di lavorare da casa; a patto che essi disponessero di una connessione internet sufficientemente veloce e naturalmente a proprie spese. Al momento, nonostante la morte del 34enne per coronavirus, le autorità sanitarie dell’Asl locale non hanno ancora convocato nessuno de colleghi dell’uomo, che pertanto continuano a lavorare in uno spazio a rischio contagio.