Coronavirus, cappellani carceri: detenuti siano responsabili

Ska

Roma, 9 mar. (askanews) - "Ai detenuti io direi che in questo momento critico per tutta la nazione, anche loro devono sentirsi, come ogni cittadino, responsabili del momento che stiamo vivendo, e quindi anche loro, pur con difficoltà maggiori rispetto a chi sta all'esterno, sono chiamati al senso di responsabilità per evitare il contagio". Così, in un'intervista ad Askanews, don Raffaele Grimaldi ispettore generale dei Cappellani delle carceri.

Il divieto dei colloqui ha acceso la miccia nelle carceri di tutti i paesi, con detenuti in rivolta a Milano, Napoli, Frosinone, Vercelli, Alessandria, Foggia, Palermo e Modena, dove sei detenuti sono morti.

"A tutti noi è stato chiesto di restare a casa, io sono prete, ci è stato detto di non fare messa con i fedeli. Di questo virus sappiamo poco, ma è chiaro che più stiamo vicini a persone contagiate e più c'è rischio di essere contagiati. Per questo in questo periodo bisogna evitare assembramenti e ridurre i contatti". E dunque, le ristrettezze che valgono per l'insieme della società devono valere anche in carcere: "Chiaramente è diverso per chi sta dentro il carcere: le persone già vivono una forma di emarginazione e di solitudine. Ma diverse carceri già si sono attrezzate: venendo meno i colloqui, alcune strutture si sono organizzate per permettere a detenuti più telefonate durante la settimana".

"Io comprendo i carcerati, per 23 anni sono stato cappellano a Secondigliano", spiega don Grimaldi, "so che significa stare dentro, la solitudine dei detenuti, il dramma quando muore una persona cara e sei rinchiuso. Ma limitare i colloqui, evitare i contatti con le persone che vengono dall'esterno, non è togliere un diritto ma arginare problemi. E' un modo per tutelare la loro salute. Se la situazione (del contagio, ndr.) esplodesse, in carcere sarebbe ancora più grave, soprattutto per loro".