Coronavirus, casi sommersi: “Sono una marea e infettano le loro famiglie”

coronavirus casi sommersi

Stando a diversi medici milanesi esisterebbero moltissimi casi sommersi di coronavirus. Si tratta di persone che hanno contratto l’infezione ma che, trovandosi in buone condizioni e non venendo loro effettuato il tampone, non sono registrate nel conteggio complessivo. E dunque non sanno di avere il virus, stanno nelle loro case e infettano le loro famiglie.

Coronavirus: i casi sommersi

Sono una marea. Il numero vero non lo sapremo mai“, ha spiegato un medico di base lombardo. Ha infatti sottolineato che se i pazienti non arrivano ad una crisi respiratoria grave non stanno in ospedale. E così non saranno mai registrati pur avendo buone probabilità di avere l’infezione (la certezza non c’è senza il tampone). Secondo lui sono molte le persone in questa situazione che, pur avendo i sintomi ma non presentando criticità, stanno a casa come secondo le linee guida diffuse ai medici di famiglia.

Un’altra dottoressa ha aggiunto che le indicazioni dell’Ats prevedono proprio che “se avete pazienti con sintomi da Covid-19, trattateli come tali, considerateli positivi, monitorateli, stiano isolati come da legge. Ma segnalateli solo se hanno avuto con certezza contatti con un contagiato“. Il problema, ha aggiunto, è che molti di loro non sanno se hanno avuto un contatto a rischio e dunque sono costretti a stare in casa con la febbre a 39.

La controprova che molti malati siano in realtà casi sommersi di coronavirus che il sistema non intercetterà mai l’ha fornita poi un’altra dottoressa con uno studio in centro a Milano. Costei ha spiegato di avere una dozzina di pazienti con sintomi identici a quelli del virus ovvero febbre alta e tosse. Cinque di loro prima del decreto di chiusura sono andati in Engadina, sono rimasti lì e hanno fatto il tampone. Questo è stato possibile perché in Svizzera, pagando, tutti lo possono fare. Tutti sono risultati positivi.

Invece in Italia, come spiegato da Irven Mussi, il personale fa il tampone solo a chi va in ospedale perché già grave. E’ inevitabile quindi che il numero reale dei malati non sia quello conteggiato dal sistema ma molto più alto. “Senza contare i portatori sani. Già a gennaio avevamo notato uno strano aumento di polmoniti interstiziali, anche a Milano“, ha aggiunto.

Un’ulteriore conferma della presenza dei casi sommersi è stata data dalle parole di Massimo Galli, responsabile Malattie infettive del Sacco. “Magari sono già stati malati e guariti. Il punto sarebbe poter ricostruire i contatti degli infetti almeno nelle zone ancora non sconvolte dall’epidemia, per cercare di circoscrivere il contagio“, ha spiegato. Una soluzione secondo lui potrebbe essere quella di aprire più laboratori e fare più tamponi, come proposto anche in Veneto da Luca Zaia.