Coronavirus: Cerved, un'azienda italiana su dieci a rischio

Coronavirus: Cerved, un'azienda italiana su dieci a rischio

Roma, 2 mar. (Labitalia) – Un'azienda italiana su dieci a rischio di fallimento nel caso in cui l’emergenza Coronavirus non si arrestasse entro l’anno e con misure che di fatto fermano l’economia delle aree più produttive del paese. A farne maggiormente le spese, tre settori chiave: il manifatturiero tessile, i trasporti e il turismo. È questo il grido d’allarme che emerge dallo studio 'Impact of the Coronavirus on the Italian non-financial corporates' di Cerved Rating Agency, agenzia di rating del Gruppo Cerved tra le prime in Europa che attribuisce il merito creditizio alle imprese sul territorio nazionale. Le conseguenze del contagio sono già evidenti: rallentamenti nella produzione, chiusure temporanee forzate, calo dei margini.

In uno scenario macroeconomico domestico e internazionale già caratterizzato da un rallentamento generalizzato della crescita, gli effetti del virus sulla produzione cinese hanno comportato nelle scorse settimane una netta frenata del comparto manifatturiero, con conseguenze a catena non trascurabili sullo stato di salute dei mercati mondiali. In particolare, nelle scorse settimane si è assistito alle tipiche manifestazioni di fenomeni di crisi, quali il calo del valore delle principali materie prime come petrolio, rame e gas naturale, congiuntamente a un aumento del valore dell’oro.

Nel caso più favorevole, si prevede che la crisi sanitaria possa perdurare fino a metà anno, con un’eco non trascurabile sulla solidità finanziaria delle nostre aziende, già investite dalla crisi; nel caso più sfavorevole, invece, si delinea l’ipotesi non poi così remota del dilagarsi della pandemia, con effetti globali duraturi e deleteri fino alla fine dell’anno.

Entrambi gli scenari sono stati applicati al portafoglio di simulazione, costituito da circa 25.000 rating emessi recentemente da Cerved Rating Agency e sufficientemente rappresentativo del comparto delle aziende italiane, tramite l’adozione di un approccio di natura quali-quantitativa. Le ipotesi riguardano essenzialmente le evoluzioni attese in termini di valore e costo della produzione, principali voci di bilancio per cui si prevede un calo (con alcune eccezioni per il settore farmaceutico) derivante dalla riduzione dei volumi di produzione e di contrazione della domanda.

Analogamente, si prevede un peggioramento generalizzato del capitale circolante netto e un aumento dei debiti finanziari a breve. Tali ipotesi sul comportamento atteso delle aziende italiane possono, pertanto, determinare una generale involuzione delle dinamiche economico-finanziarie che influenza la performance economica, la struttura finanziaria e l’andamento dei pagamenti.

Ciò che ci si attende, con impatti diversi a seconda degli scenari soft o hard, è un graduale popolamento delle classi più rischiose, con conseguente aumento della probabilità media di default. In base alla gravità dello scenario, e stimando alle condizioni attuali una probabilità di default pari a 4,9% come valore medio, si sale, nell’ipotesi soft, al 6,8% (con variazione per settore tra il 2,7% e il 10,6%), mentre nello scenario hard la probabilità di default media stimata nell’intervallo considerato arriva al 10,4%, con variazione per settore tra il 7,5% e il 15,4%. Questo notevole aumento del rischio deriva dalla particolare severità dello scenario, in cui si ipotizza una pandemia con effetti gravi e duraturi.

Le imprese cosiddette a rischio aumenterebbero dell’8% nel caso soft e addirittura del 26% nel caso hard, con conseguenze quasi imprevedibili per il tessuto economico locale e nazionale, con inevitabili fallimenti e chiusure delle aziende coinvolte. Il deterioramento di merito creditizio ipotizzato, insieme agli effetti negativi derivanti dall’innalzamento del livello complessivo di indebitamento finanziario a breve termine, sarebbe particolarmente rilevante per settori più esposti come il turismo e le aziende del comparto manifatturiero che presentano interconnessioni maggiori con la Cina, soprattutto per quanto attiene all’importazione delle materie prime.

Le stime d’impatto sulla marginalità delineano un quadro allarmante per i settori maggiormente impattati come il manifatturiero tessile, i trasporti e il turismo, per il quale si prospettano addirittura dei livelli di marginalità negativi nello scenario peggiore. Nel contesto delle imprese valutate costituiscono invece un’eccezione le aziende del settore farmaceutico, sia per la produzione sia per il commercio al dettaglio di medicinali, per le quali è ragionevole attendersi un miglioramento della marginalità e una riduzione moderata dei profili di rischio.

Cerved Rating Agency sta attualmente monitorando con particolare attenzione le aziende con sede legale nelle zone geografiche in quarantena, considerando la possibilità di aggiornare le proprie stime d’impatto.