Coronavirus e call center: un lavoro a rischio contagio

Lavoro nei call center: rischio Coronavirus

A Roma il Coronavirus si è portato via un giovane impiegato, il suo lavoro si svolgeva presso il call center di una grossa compagnia telefonica. La situazione a rischio di contagio, nell’open space romano, era già stata denunciata da un dipendente il 10 marzo 2020: operatori che condividono microfoni e cuffie, nessuna mascherina e la possibilità di disinfettare solo usando uno spray pulisci vetri.

Lavoro nei call center, rischio contagio

Nella notte di domenica 22 marzo 2020, Emanuele è morto: aveva 34 anni. Per il momento, la Asl non ha ancora contattato nessuno dei suoi colleghi, che continuano a lavorare presso il call center in via Faustiniana. L’azienda, a seguito del DPCM emanato dal Governo Conte l’11 marzo, aveva lasciato liberi i dipendenti di decidere se lavorare da casa o meno a patto che avessero una connessione veloce, a loro spese.

Molti hanno continuato per ovvi motivi ad andare in ufficio, dal momento in cui le ultime disposizioni del Premier qualificano i call center come attività indispensabili, riguardando il funzionamento delle linee telefoniche. Come negli ospedali e nei supermercati, i dipendenti di queste società devono recarsi al lavoro con tutti i rischi del caso.

Coronavirus e attività essenziali

Come i rider delle consegne a domicilio, gli operatori dei call center vivono di contratti precari, lavorano diverse ore a ritmi serrati e spesso devono gestire clienti che sono tutto fuorché gentili ed educati. I colleghi di Emanuele si chiedono ogni giorno se sia il caso di auto isolarsi in casa, se riceveranno una telefonata dalla Asl locale, quando e se mai arriveranno dotazioni di protezione in ufficio.

La loro condizione lavorativa è un esempio di tante realtà che mettono a rischio giovani in tutta Italia, per un compenso e un contratto che non offrono grandi garanzie, ma “è pur sempre qualcosa”.