Coronavirus, Emergency apre un ospedale da campo a Bergamo

Coronavirus, Emergency apre un ospedale da campo a Bergamo

Milano, 25 mar. (askanews) – Contro la pandemia di Covid-19 è in campo anche Emergency. L’associazione umanitaria fondata a Milano nel ’94 da Gino Strada per portare cure gratuite alle vittime di guerre e povertà, su richiesta della Regione Lombardia, sta realizzando con Areu e Associazione nazionale alpini un ospedale da campo alla fiera di Bergamo, dedicato alla cura dei pazienti affetti da coronavirus Sars-Cov2.

Askanews ha intervistato Rossella Miccio, presidente dell’associazione che fino a oggi ha curato oltre 10 milioni di persone in tutto il mondo.

“Noi abbiamo iniziato la nostra collaborazione da pochissimo – ha spiegato – stiamo lavorando sia sulla parte organizzativa della struttura che poi, dal punto di vista clinico appena sarà pronta, speriamo al più presto, per la gestione dei pazienti con un nostro team di medici e infermieri”.

Emergency mette in campo un’esperienza pluriennale maturata in scenari altrettanto drammatici come l’epidemia di Ebola in Sierra Leone.

“Per fortuna – ha continuato la presidente di Emergency – Ebola e Coronavirus sono molto diversi, dico per fortuna perché Ebola è molto più letale, con una mortalità superiore al 60% di media però il Coronavirus è a sua volta molto più contagioso e ha dei sintomi molto più subdoli, più difficili da identificare. Il problema di fonte al quale ci siamo trovati era che non ci siamo accorti subito della presenza di questo virus e questo ha fatto sì che si diffondesse sia nella comunità sia negli ospedali e sappiamo benissimo dei tanti medici e infermieri che si sono ammalati. Quindi quello che stiamo cercando di fare è adattare quello che abbiamo imparato in Ebola con i dovuti accorgimenti a questa situazione. Sicuramente una cosa importantissima che li accumuna è l’importanza di misure di prevenzione del contagio e il controllo dell’infezione, soprattutto in ambiente ospedaliero ma non solo e quindi l’importanza dei dispositivi di protezione individuale ma anche dei flussi, dei movimenti all’interno delle strutture ospedaliere che vanno compartimentati in maniera molto rigida”.

Mascherine, guanti, occhiali per proteggersi, ma soprattutto, isolamento domiciliare, restare a casa per evitare che il contagio si diffonda, con un occhio particolare anche per chi, poi, una casa non ce l’ha.

“Quello che dovremmo cominciare a pensare davvero – ha concluso – è considerarci tutti come dei potenziali contagiati, quindi rimanendo a casa, ovviamente chi può, proteggiamo noi stessi e tutta la comunità. Però anche per questo è importantissimo che le istituzioni e chi può impegnarsi e sa come impegnarsi non lasci indietro nessuno”.