Coronavirus, Esperti: ipertesi non sono a maggior rischio contagio

Cro/Mpd

Roma, 18 mar. (askanews) - "Non esistono evidenze che associano l'ipertensione alla malattia COVID-19: se l'ipertensione fosse un fattore predisponente all'infezione da coronavirus dovrebbero esserci più pazienti ipertesi tra i malati COVID-19 rispetto a quanto osservato nella popolazione generale. Ad oggi, non ci sono prove che le persone con ipertensione siano sovrarappresentate tra quelle gravemente infette da COVID-19. Pertanto, i pazienti devono continuare a seguire le terapie antiipertensive come raccomandato dalle linee guida internazionali". È chiara e ferma la posizione della Società Italiana dell'Ipertensione Arteriosa/Lega Italiana contro l'Ipertensione Arteriosa (SIIA), in relazione a recenti notizie pubblicate sulla stampa laica su una presunta relazione tra ipertensione e COVID-19 nonché tra l'assunzione della terapia antiipertensiva [ACE-inibitori e antagonisti del recettore dell'angiotensina II (ARB)] e rischio di infezione da coronavirus, che stanno contribuendo a destabilizzare le certezze acquisite da anni di studi ed evidenze sperimentali.

La SIIA riprende e elabora quanto già precedentemente esposto da altre Società scientifiche internazionali (International Society of Hypertension, European Society of Hypertension, Council of Hypertension of the European Society of Cardiology, Canadian Cardiovascular Society and the Canadian Heart Failure Society). "Non esistono evidenze cliniche nell'uomo che associno l'assunzione di ACE-inibitori o ARB alla malattia COVID-19 - spiega Guido Grassi, presidente SIIA -. Allo stato attuale, non possiamo dire che queste terapie migliorino né che peggiorino la suscettibilità all'infezione da coronavirus. Non esistono dati clinici in pazienti che possano confermare l'effetto dannoso o protettivo di ACE-inibitori e ARB nel contesto dell'epidemia di pandemia COVID-19". (Segue)