Coronavirus, la maledizione di essere stati i primi ci renderà più forti dopo

Coronavirus, esempio che l'italia sta dando al resto del mondo

Quando il New York Times inizia a scrivere più di un articolo al giorno sull’Italia, è segno che ci sta guardando il mondo intero. E ormai è così da settimane. Già a marzo l’autorevole quotidiano scrisse, inascoltato, che il nostro dramma dev’essere «un avvertimento per i vicini europei e gli Stati Uniti» e che se la nostra esperienza insegna qualcosa «è che le misure per isolare le aree colpite e limitare i movimenti della popolazione devono essere prese in anticipo e attuate con assoluta chiarezza e rigore».

Coronavirus: l’esempio dell’Italia

I giornalisti americani si sono subito resi conto che l’Italia è stata non la prima nazione occidentale ad essere invasa dal Coronavirus, giacché questo non segue una tournee lineare in automobile, ma già da dicembre iniziava a propagarsi a macchia d’olio usando navi e aerei, ed era dunque già presente in altri stati attendendo solo che i tamponi si accorgessero di lui.

L’Italia è stata bensì la prima nazione ad essersi resa conto a fine gennaio del rischio pandemia, dopo la coppia di cinesi ricoverati allo Spallanzani di Roma. Se si fosse chiuso tutto allora, come avrebbe dovuto essere, si sarebbe gridato al golpe a destra e sinistra, sbeffeggiando probabilmente il lockdown per una “semplice influenza”.

Anche noi, allora, non ci avvantaggiammo dalla lezione cinese. Ma adesso, dopo la sfilza di decreti che hanno messo a dura prova la pazienza degli italiani, le misure – nette e stringenti – sono state prese. Misure effettivamente scattate, e rispettate grazie all’aumento dei controlli, solo da metà marzo: e infatti a due settimane di distanza, ovvero il periodo di incubazione del Covid-19, stiamo apprezzando i primi timidi risultati che dovrebbero portarci alla “fase 2”.

È proprio alle modalità di avvio di questa seconda fase che ora guardano i nostri partner da una parte all’altra dell’Atlantico, e su cui torna a scrivere oggi proprio il New York Times. «In Italia, gli anticorpi potrebbero significare libertà di lavoro?» chiede, incoraggiato dal calo di morti, contagi e ricoveri che si sta registrando nel nostro paese: la maledizione di esserci scontrati da pionieri contro la malattia si è trasformata nuovamente in un vantaggio, stavolta da non sciupare.

La disdetta di essere stati per giorni la nazione con il primato di positivi e decessi «si è trasformata in una sfida scoraggiante: quando e come riaprire in sicurezza? – domandano i reporter Jason Horowitz e Isabella Kwaii – Avere gli anticorpi per il coronavirus, un potenziale marker di immunità, potrebbe presto determinare chi può tornare al lavoro» per primo. E citano la proposta del governatore veneto Zaia di «una speciale “licenza” per i cittadini con gli anticorpi. Il Veneto conta di raccogliere 100mila campioni di sangue questa settimana – continuano – per studiare gli anticorpi di coloro che hanno avuto il virus: è un altro scomodo dibattito etico che l’Italia sta affrontando in anteprima, davanti alle altre democrazie occidentali alle prese con il Coronavirus».

Adesso spetta a noi sfruttare questo nuovo “primato” e far sì che la “fase 2” di allentamento del blocco e convivenza col virus non coincida con la “fase 2” del Covid, con una seconda ondata di contagi dovuta ai casi “di ritorno” e alla tentazione di pensare che il peggio sia passato e di averla ormai scampata. Il premier Conte ha detto che il distanziamento sociale deve rimanere, insieme a un più ampio uso di dispositivi di protezione individuale. I test e la “tracciabilità dei contatti” verrebbero estesi, anche con l’uso di app per smartphone e altre tecnologie digitali, mentre verrebbe istituita una rete di ospedali dedicata esclusivamente al trattamento di pazienti Covid» concludono oltreoceano, attentissimi alle dichiarazioni di esperti e politici di casa nostra.

Il primo passo è dunque estendere a tutti, nessuno escluso, la possibilità di essere “tamponato” ricorrendo ai kit veloci. Non solo per elaborare una statistica più aderente alla realtà di quella riportata nel bollettino delle 18 e rendersi conto dell’effettiva portata dell’epidemia (non può essere che Basilicata, Calabria e Sardegna siano ancora ferme a qualche decina di decessi), ma soprattutto per capire chi ha già contratto il virus, magari in maniera lieve o asintomatica, ed è quindi in possesso di un “patentino” immunitario. Costi quel che costi, sarà sempre meno del crollo verticale del pil.

Il secondo passo è dotare queste persone di un certificato, cartaceo o digitale, da esibire ai posti di blocco. Va da se che, in assenza di dati certi sulla durata dell’immunità, chi esce di casa dovrà necessariamente continuare ad osservare la distanza di almeno un metro dal prossimo e ad indossare guanti e mascherina, per evitare di contagiarsi nuovamente e trasmettere l’infezione ad altri.

Ovvio che non si possa rendere una dotazione obbligatoria per legge senza prima sincerarsi che tutti, specie le fasce più deboli, possano accedervi: nel vituperato regime cinese viene fornita una mascherina al giorno gratis a tutti i milioni di residenti nelle zone rosse e limitrofe. Prima di emanare un provvedimento, il governatore lombardo Fontana avrebbe dovuto preoccuparsi che tutti le potessero avere, a un prezzo il più possibile equo per non favorire manovre speculative. La fretta con cui è stata firmata la disposizione è dipesa dall’elevato numero di cittadini che si è tornato a registrare in strada nel weekend. E la prescrizione di coprirsi naso e bocca con sciarpe o foulard di dubbia efficacia, in assenza di mascherine, è stata dettata dalla consapevolezza della loro penuria sul mercato e delle tasche sempre più vuote della gente.

L’uscita a scaglioni in base alla risposta immunitaria al tampone è, al momento, l’unico modo per accorciare l’isolamento di chi sta bene o ha sviluppato gli anticorpi e far ripartire l’economia prima che sia troppo tardi, anche perché le casse dell’Inps non potranno permettersi ancora a lungo di pagare bonus e la cassa integrazione a milioni di lavoratori e aziende.

All’estero si guarda quindi a noi con molto ottimismo e perfino una certa dose di ammirazione nonostante i marchiani errori compiuti, che avranno tempo di essere sottoposti al vaglio di magistrati ed elettori ma su cui è ormai inutile recriminare. Non falliamo quest’altra occasione di trasformare la condanna in opportunità, di uscire per primi dall’incubo inaugurando la “fase tre” del ritorno alla nuova normalità.