Coronavirus, la storia di Angelo Vavassori: medico di Bergamo guarito

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È finalmente tornato a casa Angelo Vavassori, il medico rianimatore dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo guarito dal coronavirus dopo essere stato ricoverato in terapia sub intensiva agli inizi di marzo. Il 53enne si trova ora in isolamento assieme alla sua famiglia, dopo che oltre al lui sono stati trovati positivi anche due dei suoi quattro figli. Nel parlare con i giornalisti una volta dimesso dall’ospedale, Vavassori ha raccontato la sua esperienza di malato Covid-19.

Coronavirus, il racconto di Angelo Vavassori

Vavassori inizia il suo racconto spiegando di avere iniziato a sentirsi male il 29 febbraio, dopo che già dal 22 aveva iniziato a curare i primi infettati che si erano presentati nell’ospedale bergamasco: “In poche ore sono passato da 15 a 40 respiri al minuto. Non mi entrava più aria nei polmoni e ho quasi perso la vista. Se sono qui lo devo ai miei colleghi medici, eroi non retorici. Nei momenti più duri mi hanno fatto sentire tranquillo. La mia storia, in ore nere, può aiutare molti a non lasciarsi andare”.

Dopo aver deciso di auto isolarsi in casa in attesa dell’esito del tampone, Vavassori ha iniziato gradualmente a peggiorare fino a quando il 4 marzo la situazione non è precipitata: “Per due giorni mi hanno lasciato il cibo davanti alla porta chiusa. Lo ritiravo con guanti e mascherina, poi disinfettavo tutto. […] Giovedì 5 è stata confermata la positività. La febbre restava attorno 39. La sera ho cominciato a respirare a fatica. In pochi minuti ho perso olfatto e gusto, ci vedevo sempre meno. Per la carenza di ossigeno sono saliti anche mal di testa e dissenteria”.

Il medico ha poi raccontato del momento in cui era ricoverato in terapia sub intensiva, assistito dal casco per la ventilazione meccanica e da un cocktail di farmaci antivirali previsti dal protocollo nei casi di coronavirus: “Per un paio di giorni sono stato assente. Avverti nel sonno che medici e macchine ti infondono ossigeno e ti idratano. Il tempo si concentra in un istante: ora so che è questa accelerazione che cancella passato e presente, il confine tra la vita e la morte”.

Il ritorno a casa

Una volta tornato a casa il 53enne ha potuto riabbracciare la propria famiglia, anche se per alcuni giorni dovrà progressivamente essere assistito nel recupero dalla malattia: “Il pensiero di mia moglie e dei miei figli non mi aveva mai lasciato. ‘Se li ho contagiati, se perdo uno di loro, come posso vivere? E se non dovessi rivederli più?’. Lorenzo, Ilaria, Federico e Safiria avevano preparato un cartello con scritto ‘bentornato’ e pensieri come ’sei il nostro eroe’, ’Finalmente puoi tornare a praticare il tuo vizio che è quello di darci tanti baci’. Per dieci minuti siamo stati una sola fontana di lacrime. Silenzio assoluto, ma era un boato di emozioni”.