Coronavirus: l'infermiera domiciliare, 'così a Bergamo aiuto pazienti con fame d'aria'

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di Sibilla Bertollini "L’altro giorno sono passata sotto casa dei miei suoceri, ho guardato mio figlio tra le sbarre del cancello di casa. Ero in auto, ci siamo parlati a distanza. Impossibile per me scendere, addosso avevo ancora l’odore dei pazienti. ‘Mamma preferisco così, che non vederti’: mi si è stretto il cuore alle sue parole e le lacrime hanno cominciato a scendere senza che me ne accorgessi”. E’ quel che resta di un’altra giornata di lavoro massacrante, un frammento, che Enza Anemolo, 35 anni, infermiera di Bergamo, custodisce gelosamente e porta con sé a casa. L’assistenza domiciliare ai pazienti -circa 650- per lei inizia all’alba: si sposta da una abitazione all’altra raggiungendo anche zone impervie del Bergamasco. Termina dopo turni di oltre 12 ore. Ma non è finita. Una volta a casa, inizia il rito della sanificazione. Se fortunata c’è suo marito, anche lui infermiere (lavora nel reparto rianimazione di un ospedale orobico), a darle una mano per pulire ogni cosa toccata, dalle maniglie alle chiavi. La coppia è in autoisolamento già da un mese: il bambino di 10 anni è dai nonni. Ma “le difficoltà emotive del distacco”, le ansie di un papà e una mamma infermieri pesano. A volte non è sufficiente una videochiamata, allora vedere il figlio solo per cinque minuti, seppure da lontano, diventa irrefrenabile. “Dopo l’iniziale e giustificata rabbia, ora mio figlio pensa a lungo termine, maggio per lui sarà il momento giusto per riabbracciarci. Chissà se sarà così”, racconta all’Adnkronos l’infermiera e case manager presso il 'San Donato Habilita', la cui sede è a Osio Sotto, in provincia di Bergamo. 

Oltre che dell’assistenza domiciliare ai pazienti, infatti Enza Anemolo si occupa anche dell’organizzazione della squadra in campo, formata da 35 colleghi. “Garantiamo innanzitutto i prelievi urgenti per i pazienti che devono effettuare chemioterapia. Assistiamo a pluripatologici, portiamo l’aiuto delle cure palliative. Andiamo anche da bambini con genitori in isolamento. Le richieste di assistenza in questi ultimi giorni sono nettamente aumentate, si cerca di fare il possibile con i mezzi che abbiamo”, sottolinea l’infermiera che ogni giorno parte con due grosse borse nel retro della sua macchina, diventata una sorta di quartier generale. “Non ho ancora tirato la riga, ma ne ho visti tantissimi andar via”, testimonia l’infermiera. “Diversi vanno in insufficienza respiratoria quasi subito dopo i primi sintomi di Covid-19. Essendo pluripatologici e con l’emergenza degli ospedali in città, si passa dall’assistenza ordinaria alle cure palliative. ‘Non fategli sentire la fame d’aria’ supplicano i familiari, perché è di questo che muoiono. Scatta così la sedazione”. 

La ‘guerriera’ Enza ce la mette tutta combattendo dal suo territorio: il domicilio. Un lavoro che richiede tanta competenza e un bel carico di energia. Le difficoltà, tra l’altro, non sono mancate. “E’ stato assai impegnativo reperire camici idrorepellenti e mascherine chirurgiche. All’inizio io e miei colleghi - evidenzia - lavoravamo solo con camici di tessuto non tessuto. Devo ringraziare quindi chi, da tutta Bergamo, ha permesso attraverso donazioni di supportarci e dare la possibilità di proteggerci come necessario”. 

A spezzare la fatica e lo stress, quando non c’è nemmeno tempo per abbandonarsi a un momento di sconforto, racconta ancora l’infermiera domiciliare, qualche "boccata d'ossigeno arriva dagli sguardi, i sorrisi, l’innocenza dei bambini. Qualche piccolo paziente mi chiama ‘zia Enza’ e io gioisco”. C’è poi, ricorda, “la nostra mascotte: una signora di 97 anni che ha vinto la sfida. Ricoverata per coronavirus, ha superato la fase critica ed ora è tornata a domicilio. Ecco, lei è il simbolo della resistenza e della speranza”.