Coronavirus: lo sceneggiatore, ‘impatto inevitabilmente molto forte’

Coronavirus: lo sceneggiatore, ‘impatto inevitabilmente molto forte’

Roma, 12 mar. (Labitalia) – “L’impatto del coronavirus sul mondo della cultura è inevitabilmente molto forte. Fiere del libro, presentazioni, appuntamenti culturali, tutti eventi organizzati da tempo che stanno subendo, nel migliore dei casi, uno slittamento, nel peggiore la cancellazione. Ma, come si dice: niente è troppo doloroso quando è necessario. E stavolta è necessario”. Così, in un’intervista all’Adnkronos/Labitalia, Marco Tullio Barboni, sceneggiatore e uomo di cinema, intellettuale e scrittore.

Il 2020 è l’anno della ricorrenza di ‘Lo chiamavano Trinità’ il cui regista è stato il padre di Barboni, Enzo. “Quella per i cinquant’anni di questo film – fa notare – è, comprensibilmente, una ricorrenza alla quale tengo molto. Quel film mi ha visto, appena diciottenne, impegnato nella mia prima vera esperienza lavorativa (quella per la quale mi sono stati versati i primi contributi, per intenderci) e ha rappresentato un’avventura fantastica per tutti coloro i quali vi hanno partecipato. L’affetto che un pubblico di tutte le età non smette di manifestare per quella vicenda e per quei personaggi è veramente incredibile e, per me, soddisfarne le curiosità rappresenta non soltanto un piacere ma anche una sorta di omaggio a mio padre che di quell’avventura è stato il principale artefice”.

“Quello che sta succedendo – ammette Barboni – ha purtroppo provocato lo slittamento dei primi appuntanti in calendario ma alla fine del 2020 mancano ancora, emblematicamente, nove mesi e mi auguro davvero che le conoscenze che si stanno acquisendo fecondino questo tempo e partoriscano, auspicabilmente anche prima di nove mesi, la definitiva soluzione al problema che ci affligge con la conseguente possibilità di dar seguito agli eventi previsti e festeggiare ‘Lo chiamavano Trinità’ con tutta la sana leggerezza e la simpatia che merita”.

“I pensieri – spiega – sono inevitabilmente tanti. Ma il primo è indubbiamente quello del rapporto tra proporzioni e presunzione. Mi spiego: eventi come quello che monopolizza la nostra attenzione in questi giorni non possono non indurci a riflettere su quanto sia sproporzionata la presunzione con la quale crediamo di padroneggiare ciò che ci circonda”.

“Occupiamo uno spazio – fa notare – che, rispetto all’universo conosciuto, equivale ad un granello di sabbia; viviamo un epoca che è un battito di ciglia rispetto al tempo che ci ha preceduto eppure l’atteggiamento con il quale ci approcciamo al ‘qui e ora’ è sempre, immancabilmente, da padrone delle ferriere. Mentre basta un imprevedibile salto di genere per darci una spintarella verso l’abisso e mandarci nel panico. Non ho dubbi che se acquisissimo una maggiore consapevolezza di certe proporzioni ne guadagnerebbe il nostro senso di umanità e quindi la nostra coscienza. Alla sacrosanta preoccupazione per gli sviluppi di un’epidemia che fatichiamo a controllare e che ha causato qualche migliaia di vittime non corrisponde, infatti, uno straccio di empatia per l’oltre mezzo milione di bambini che ogni anno muoiono a causa di fenomeni diarroici che sarebbero curabili al prezzo di un caffè a settimana”.

“Un ‘Et’ – avverte Barboni – proveniente dal pianeta della giustizia e dell’equità distante, con tutta evidenza, milioni di anni luce, direbbe che il coronavirus è il minimo che ci meritiamo. E sarebbe difficile dargli torto. Riflessioni in libertà le mie, sul genere di quelle che il più delle volte vengono catalogate nella cartella ‘solita retorica’, lo so bene, ma visto mi avete chiesto quali pensieri mi attraversano la mente sto cercando di rispondere con sincerità. E con tutta sincerità aggiungo che molto, molto più in basso rispetto a queste riflessioni balenano quelle che riguardano il proliferare di esperti dell’ultima ora”.