Coronavirus, medico di Wuhan costretto al silenzio

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Un medico di Wuhan aveva avvertito di primi casi di polmonite legati al coronavirus, ma la polizia locale lo ha costretto a sottoscrivere un patto di segretezza. Ora anche lui si è ammalato e la Corte Suprema gli dà ragione.

Coronavirus, medico cinese obbligato al silenzio

L’epidemia di coronavirus continua a diffondersi a macchio d’olio, e le vittime continuano ad aumentare. Negli scorsi giorni medici e politici locali hanno ammesso di aver taciuto sul virus per circa 10 giorni, ma tra questi c’è il caso di un medico che aveva previsto tutto.

Il giornale cinese Beijing News ha pubblicato le dichiarazioni di un medico che è stato costretto tacere sul virus dalla polizia locale, a causa di alcune informazioni che avrebbe rilasciato ad un gruppo di ex studenti il 30 dicembre 2019, proprio quando si è iniziato a parlare di una possibile diffusione del virus.

27 casi premonitori

Il medico ha raccontato al gruppo che nel suo ospedale erano stati accertati 27 casi di polmonite scatenati da SARS, malattia che già nel 2003 come sappiamo aveva flagellato la Cina, causando la morte di 348 persone. Inizialmente anche il medico non ha voluto azzardare nessun tipo di allarmismo, visto che voleva avere la certezza scientifica che si trattasse di SARS, ma nel contempo la polizia locale ha voluto fermare sul nascere la questione, richiamando all’ordine per ben due volte il medico, costringendolo a firmare un patto di segretezza, per non divulgare le voci di una possibile epidemia.

Ora anche lui è stato contagiato dal virus, e la Corte Suprema alla luce di questo fatto ha dato ragione al medico, attribuendo la colpa di questa epidemia proprio al blocco imposto dalle autorità cinesi.