Coronavirus: mons. Raspanti (Cei), ‘si ascolti rabbia e guai spaccarsi, serio dialogo col Paese’

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Nel Paese monta la rabbia contro le nuove chiusure del governo. Il conflitto sociale è destinato ad esplodere? “Spero non aumenti dal punto di vista della violenza ma certamente aumenterà dal punto di vista del malumore, del sentirsi costretti, del distacco dalle istituzioni”. Monsignor Antonino Raspanti, vicepresidente della Conferenza episcopale italiana e vescovo di Acireale, guarda con preoccupazione alle proteste che stanno esplodendo dal Nord al sud del Paese e, in una intervista all’Adnkronos, dice con chiarezza che ne non c’è “tempo da perdere" e che è “improcrastinabile un dialogo serio con il Paese”.

Dopo il nuovo Dpcm sono esplose rabbia e disordini nelle piazze. “Dal ministero dell’Interno - osserva mons. Raspanti - apprendiamo che ci sono anche frange che protestano al di fuori della legge. Questo lo disapproviamo perché ciò che è fuori dalla legge va condannato. Non credo però ci siano solo facinorosi, ‘Ndrangheta, camorra o, al nord black bloc, o destre estreme, io credo ci siano persone arrabbiate che danno voce quasi sempre ad un disagio, ad un oggettivo problema di quelle fasce che normalmente lavorano e sono oggettivamente colpite dai provvedimenti del governo. Credo che disagio e amarezza cresceranno”.

Il vicepresidente della Cei ricorda l’importanza delle parole del Capo dello Stato: “Come ha detto Mattarella, è sbagliato spaccarsi. La questione delicata è che chiudo alcune attività e altre le lascio. Di fatto, già comincio a spaccare”. Parole che il vescovo Raspanti, come precisa, non dice affatto per accusare il governo. “Capisco pure la situazione in cui si trova Conte ecco perché dico: abbiamo vigilato abbastanza sulle regole minime? Perché io vedo - dice Raspanti pensando all’estate 'in gozzoviglie' degli italiani - che non sempre c’è stata una accurata vigilanza delle regole più leggere. Regole che, poiché non sono state osservate, siamo dovuti andare in chiusure anche maggiori, facendo piangere migliaia di persone”.

Considerazioni che il vescovo fa guardando anche alla sua realtà in Sicilia e consapevole che “non si possa andare avanti a colpi di cassa integrazione. Io non ci credo, anche perché nel migliore dei casi partite Iva e commercianti dicono di avere ricevuto ben poco. Non perché il governo è tirchio ma perché abbiamo tanti debiti e le provvidenze creano sempre disparità e ulteriore debito. Non è questa la strada, ma il tentativo di lavorare, anche a marcia più lenta, laddove è possibile, vigilando moltissimo sulle regole minime”.

Il vicepresidente della Cei guarda con preoccupazione anche al rischio che la “rabbia” e il “distacco” manifestati dalle proteste di piazza restino inascoltata: “Il rischio c’è ma la rabbia non va lasciata nelle mani della malavita”.

Lo stato delle cose dice che c’è stato poco dialogo del governo col Paese? ”Un po’ sì. Io - osserva mons. Raspanti - proposi a marzo gli Stati Generali, non come li ha fatti il governo, in maniera breve e veloce. Io penso che continui a mancare ma è improcrastinabile un serio dialogo con il Paese per avere una visione generale perché ancora una volta una ondata del genere non fa altro che esigere- con necessità assoluta - un ripensare al modello Paese. Non lo possono tirare fuori un Comitato tecnico scientifico o task force, è opportuno dialogare a più livelli per guardare avanti. Non c’è tempo da perdere”.

La piazza, al di là delle frange violente, che dice? “Tutti dicono che non riusciranno a superare tutte queste chiusure. È il sistema totale che rischia di andare in crisi. Se ora aprissimo sottoscrizioni" per aiutare le famiglie più povere "non so - dice il vescovo Raspanti - se ci sarebbe lo slancio di generosità della prima fase perché la gente ha paura. Ciò che fa girare la macchina sociale è la fiducia o la paura, il terrore e il blocco. Non accuso il governo ma se siamo terrorizzati ci sono conseguenze sociali gravi. Io resto fiducioso ma non è scontato: la malavita può sempre pescare nel torbido, come è accaduto in altri momenti della storia". (di Elena Davolio)