Coronavirus, pazienti a pancia in giù: la tecnica di firma italiana

Coronavirus, pazienti a pancia in giù: la tecnica di firma italiana

La posizione prona o “a pancia in giù” è fra le procedure impiegate per il trattamento dei pazienti affetti da Coronavirus. Si tratta di una tecnica messa a punto dall’italiano Luciano Gattinoni. Dopo decenni di perfezionamento, la pratica è entrata nel bagaglio delle conoscenze mediche e ora è diffusa in tutto il mondo.

Coronavirus, pazienti a pancia in giù

Fra le tecniche adottate per il trattamento dei pazienti affetti da Covid-19 ne emerge una di firma italiana. Si tratta della pratica che prevede di mettere i pazienti in pozione prona, cioè a pancia in giù. Ideatore di questa tecnica è Luciano Gattinoni, professore emerito all’Università Statale di Milano, docente presso il Dipartimento di Anestesiologia, Medicina d’urgenza e terapia intensiva dell’Università di Gottinga (Germania) ed ex primario del Policlinico di Milano.

Il professor Gattinoni ha messo a punto il trattamento dopo decenni di lavoro per dimostrarne l’efficacia. Il periodo di sperimentazione iniziale è stato complicato, secondo quanto rivelato dallo stesso docente, e i colleghi ridevano persino di lui. Ma “adesso questa tecnica è entrata nel bagaglio delle conoscenze”, ha spiegato Gattinoni, “ed è usata in tutto il mondo.

La tecnica di origine italiana

La tecnica della posizione prona ovviamente non è nata per il trattamento dei pazienti colpiti da Covid-19, dal momento che il virus cinese si è diffuso solo recentemente. La pratica è stata pensata per i soggetti con grave insufficienza respiratoria, una delle principali complicanze del Coronavirus. In particolare, il trattamento è stato studiato per la sindrome da distress respiratorio acuto o ARDS (Acute respiratory distress syndrome), che prevede un danno polmonare con lesioni alle pareti dei capillari e versamento di fluidi. Anche l’ARDS è fra le complicanze scatenate dal virus cinese.

L’efficacia della posizione a pancia in giù

In una ricerca pubblicata nel 2019 sulla rivista scientifica specializzata Respiratory and Critical Care Medicine, il professor Gattinoni e i colleghi dell’Università di Gottinga hanno spiegato che “all’inizio, il focus della posizione prona era il miglioramento dell’ossigenazione attribuito a una ridistribuzione della perfusione. Tuttavia, i meccanismi alla base della posizione prona sono più complessi”. “In effetti”, si legge nella pubblicazione, “gli effetti positivi sull’ossigenazione e sulla rimozione della CO2 della posizione prona devono essere attribuiti a una inflazione-ventilazione più omogenea, alla mancata corrispondenza della forma polmonare/toracica e al cambiamento dell’elastanza della parete toracica”.

Con parole più semplici, “in posizione prona le forze si distribuiscono nel polmone in modo più omogeneo”. È simile a ciò che avviene “ad un polmone sottoposto all’energia meccanica del respiratore“, spiega Gattinoni, “è come se gli venissero dati continui calci: tam, tam, tam. Ovviamente più questa forza viene distribuita omogeneamente, meno danni fa”. Grazie all’intuizione del professor Gattinoni, questo trattamento oggi può essere d’aiuto per la cura dei pazienti colpiti da Coronavirus.