Coronavirus, perché le scuole devono restare chiuse nelle “zone rosse”?

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In un’intervista al Corriere della Sera, l’epidemiologo Vittorio Demicheli ha spiegato perché le scuole delle zone rosse e dintorni devono restare chiuse. “I dati ci dicono che oggi ogni paziente con il coronavirus trasmette la malattia ad altri due – ha spiegato l’esperto -. E dove ci sono molti contagi la curva epidemiologica cresce in modo esponenziale: bloccare a quel punto non serve più a nulla”. Alcune regioni hanno disposto la riapertura degli edifici scolastici, mentre la Lombardia ha mantenuto il provvedimento attivo per un’altra settimana.

Coronavirus, perché le scuole restano chiuse?

“L’unica strategia per rallentare” la diffusione del coronavirus – ha spiegato l’epidemiologo Demicheli -, resta quella di “limitare i contatti tra le persone“. A questo scopo risulta utili prolungare la chiusura delle scuole per evitare un ulteriore propagarsi del coronavirus tra la popolazione. In Italia la situazione risulta ambivalente: da un lato ci sono Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna (regioni con il maggior numero di casi) che pare abbiano prolungato la chiusura per altri 8 giorni. Dall’altro lato, invece, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Marche e le province autonome di Trento e Bolzano riprenderanno il calendario scolastico regolarmente. Anche a Palermo si riprende il 2 marzo.

Secondo Demicheli, però, la riapertura delle scuole non è una buona strategia: l’infezione nel 90% dei pazienti non dà problemi clinici gravi. Ma, ricorda l’epidemiologo, c’è un 10% di casi che riguardano pazienti anziani che finiscono in terapia intensiva.

Per combattere il coronavirus, quindi, non basta chiudere le entrate e le uscite dalle zone rosse. “Il caso di Codogno, dove il contagio continua a essere di 5-6 casi al giorno come all’inizio, ci dimostra che intervenire dopo serve a poco: la corsa del virus ormai è partita. Se invece che nel Lodigiano, dove comunque ci sono solo 50 mila abitanti, la stessa situazione succedesse a Milano, sarebbe un disastro. È il motivo per cui è fondamentale agire prima”. La chiusura di un’altra settimana, invece, permetterebbe di trascorrere i 14 giorni dalla scoperta del “paziente uno”. “A quel punto possiamo avere un quadro più chiaro”.