Coronavirus: Rome Business School, agenda globale per ridefinire mercato lavoro

Coronavirus: Rome Business School, agenda globale per ridefinire mercato lavoro

Roma, 13 mar. (Labitalia) – L’Italia è pronta a fronteggiare l'emergenza coronavirus con lo smart working e quanto pesa nel lavoro il divario uomo-donna? Serve un’agenda di transizione globale per ridefinire il mercato lavoro che proprio quest’anno vedrà per la prima volta occupate 5 generazioni diverse. Questi i punti principali della ricerca di Rome Business School, la business school a maggior presenza internazionale in Italia con studenti provenienti da 150 Paesi, da pochi mesi entrata a far parte del Planeta Formacion y Universidades, il network internazionale creato nel 2003 da De Agostini e dal Gruppo Planeta. La ricerca, sul tema ‘Smart working and gender gap – Le due grandi sfide del futuro del lavoro’ ha evidenziato alcuni macro-trend e raccomandazioni operative per stimolare pratiche di lavoro più flessibili unite ad un sistema del lavoro più equo e inclusivo.

In materia di gender gap: la parità di genere tocca il minimo del 57,8% che, in un ipotetico calcolo temporale, equivale ad un’attesa di circa 257 anni per il raggiungimento del 100%. Per lo smart working è previsto in Europa Occidentale un aumento medio annuo dei lavoratori agili del 3,6%, che li porterebbe a circa 123 milioni nel 2022. In Italia si prevedono circa 10 milioni di smart workers per il 2022 (circa il 36% del totale), ma le nuove disposizioni contenute all’interno dei dpcm del 1,del 4 e del 9 marzo del 2020 per regolare la gestione speciale dell'emergenza epidemiologica legata al Covid-19, aprono scenari con previsioni di aumenti esponenziali nei prossimi anni rispetto alle stime attuali.

Per quanto riguarda l’equilibrio vita-lavoro in Italia solo il 4% dei dipendenti ha orari di lavoro molto lunghi, contro una media Ocse dell’11% e gli italiani riescono ancora a dedicare al tempo libero e alla cura personale in media il 69% della giornata (16,5 ore, rispetto alle 15 della media Ocse), al primo posto in Europa seguiti da Francia, Paesi Bassi e Spagna. I contratti flessibili sono cresciuti del 20% rispetto al 2018 e i numeri sono destinati a salire anche se nascondono un aumento delle forme di lavoro precario, a discapito delle donne e dei più giovani.

La ricerca conferma, inoltre, come la flessibilità abbia impatti positivi nel 72% dei casi sull’incremento della produttività e nel 73% sulla motivazione dei dipendenti. Non solo per via della crisi sanitaria in corso, lo smart working è già una leva all’attenzione delle imprese. Il 64% delle aziende considera infatti probabile l’attivazione di iniziative in questo ambito nel 2020, in particolare tra le grandi imprese (22%) e per una Pubblica amministrazione su 3 (31%). Anche a livello globale lo sviluppo di iniziative legate allo smart working finalizzate al miglioramento dell’equilibrio vita-lavoro e, soprattutto, alla riduzione del gap di genere sono viste come una priorità.

Nel 2020 la forza lavoro sarà occupata per la prima volta da cinque generazioni. In questo contesto intergenerazionale, risulta fondamentale puntare sul raggiungimento dell’armonia tra vita privata e lavoro e su un riequilibrio retributivo e di prospettive di carriera tra generi, proprio perchè si tratta di bisogni non più comprimibili sia per vecchi lavoratori che per le nuove generazioni.

Se le nuove tecnologie permettono di progettare il lavoro in modo nuovo e di applicare strategie efficaci di work-life balance anche nei settori più tradizionali, le aziende per competere e innovare devono poter attingere a tutto il potenziale della propria forza lavora valorizzando anche gli asset distintivi della popolazione femminile. Altro obiettivo deve essere quello di colmare il divario delle assunzioni nelle nuove professioni emergenti, ad esempio quelle legate al cloud computing, all’analisi dei dati e all’intelligenza artificiale.

Da questo punto di vista la politica ha un ruolo cruciale nell’incentivare le aziende virtuose che facilitano la flessibilità oraria e la parità di genere. Definire il futuro del lavoro richiede la condivisione di un’agenda di transizione globale proiettata alla ridefinizione del futuro del lavoro che funzioni per tutti i Paesi, almeno a livello europeo. Questi dovrebbero anche concentrarsi sull'attuazione di strategie globali per l’aggiornamento professionale delle categorie lavorative in età più avanzata, in particolare per i lavoratori scarsamente qualificati, in modo da prevenire l'ammortamento delle competenze e la conseguente obsolescenza di sacche importanti di risorse umane, facilitando in tal modo le transizioni tra le diverse generazioni.

“Dalla ricerca – commenta Valerio Mancini, direttore del Research Center di Rome Business School – emerge un quadro di luci ed ombre per l'Italia che, in raffronto ad altri paesi Ocse, presenta ancora un basso tasso di adozione delle nuove tecnologie e dei modelli organizzativi a supporto del lavoro flessibile. Ciò si accompagna a una situazione di parità di genere ancora irrisolta, come emerge anche dai dati relativi alla presenza delle donne nelle cariche istituzionali e ai vertici delle realtà aziendali”. Nello stesso tempo, sottolinea, “lo studio evidenza alcuni incoraggianti dati prospettici e inizi di tendenze positive su cui occorre ancora lavorare".

"Per dare un contributo in questa direzione, la Rome Business School è in prima linea nell'offrire una formazione all'avanguardia sui temi dell'organizzazione del lavoro e della gestione delle risorse umane, sia rivolta nello specifico allo smart working in seno al nostro master in Gestione delle risorse umane, sia caratterizzando tutti i suoi percorsi master per la presenza di moduli dedicati a soft skills e competenze manageriali trasversali per far comprendere ai nostri allievi il ruolo di manager imprenditore dell’era globale”, conclude.