Coronavirus, scienziati concordi: blocco dovrà proseguire oltre 3 aprile

Coronavirus blocco 3 aprile

Alle 18 di ogni giorno il bollettino letto da Angelo Borrelli macina vittime e contagi. Semina sconforto, rabbia, paura e angoscia. Resta alta l’emergenza Coronavirus e tanta la preoccupazione per chi nelle ultime ore lotta contro un virus micidiale. Ma dietro la fredda e asettica monotonia di numeri che si ripetono senza sosta, ci sono drammi e vite spezzate per sempre. Perché è vero che, come ricorda il professor Remuzzi, “molte vittime erano anziane o avevano precedenti patologie”, ma è anche vero che senza il Covid-19 “sarebbero ancora qui”. L’Oms ha già parlato di pandemia e in Italia, nonostante molte attività siano bloccate, la strada è ancora lunga. Per far fronte all’emergenza Coronavirus, se i numeri non dovessero calare, gli scienziati sono concordi nel prolungare il blocco oltre il 3 aprile.

Da migliorare assolutamente i comportamenti di parecchi cittadini, che devono prestare maggior attenzione anche alle più piccole accortezze. Serve rigore, forza di volontà, altruismo. Tutte qualità che forse oggi vengono a mancare in una società troppo spesso persa nel caos quotidiano. Serve tempo, ma i medici e gli infermieri, rinchiusi nella loro seconda casa, non ne hanno mai abbastanza. Perché i malati aumentano, le terapie intensive sono stracolme e gli ospedali stremati. I posti letto spesso non sono sufficienti, ma i contagiati e gli infetti gravi sembrano non diminuire. Le misure del governo, adeguate ma tardive come le ha definite il primario della terapia intensiva a Bergamo, forse non bastano.

Coronavirus, blocco oltre il 3 aprile

Non mancano parole positive e speranzose. Tuttavia, gli scienziati ritengono che arginare e contenere il contagio da Covid-19 entro il 3 aprile sia estremamente difficile. Per questo motivo, si dovrà prendere in considerazione l’ipotesi di un prolungamento della stretta.

A sostenerlo sono Burioni, Garattini, Locatelli, Pregliasco, Rezza. Serve più attenzione, maggiore accortezza e più disciplina. Serve tempo: debellare il virus è un processo lungo.

Pregliasco, “È ancora troppo presto”

“Siamo ancora nella fase acuta dell’epidemia di Coronavirus, ma qualche timido segnale positivo lo possiamo osservare sul numero dei ricoveri e delle terapie intensive”. A dirlo è il professor Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano. In un’intervista rilasciata a Il Messaggero, ha ribadito che numeri tanto spaventosi ce li saremmo dovuti aspettare. Quindi ha dichiarato Troppo presto per sperare di vedere un cambiamento significativo. Non dobbiamo affatto stupirci se gli effetti delle misure restrittive non sono ancora evidenti. Sarà così anche domani, dopodomani e per qualche altro giorno ancora. Ci vuole infatti più tempo per sperare in un segnale positivo”.

Quanto tempo ci vorrà? “Diciamo che ci vuole all’incirca una settimana per scorgere un primo segnale positivo. Per esempio, una lieve flessione nell’aumento dei casi. E ci vogliono all’incirca due settimane per sperare se non in una frenata, quantomeno in una stabilizzazione. Per lui il picco ci sarà a fine marzo e “la fine del problema in Italia tra maggio e giugno”.

Le parole di Garattini

Il collega Silvio Garattini, fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, ritiene che il picco ci sarà nei prossimi giorni: “Realistico pensare a 30-40mila casi, ha avvertito. Intervenuto a Radio Capital, ha ribadito: “Tutto dipenderà da noi, dalla nostra capacità di evitare il contagio. Atteniamoci alle disposizioni. Se tutti avessero stili di vita adeguati e ci fosse un’adeguata prevenzione, forse saremmo più resistenti. La diffusione di virus e batteri continuerà a esserci, dobbiamo ripensare il mondo della salute”.

Sulle misure da mettere in atto per definire i contagi nel nostro Paese, ha dichiarato: Bisognerebbe fare tamponi più mirati, in particolare agli operatori sanitari e a quelli più a rischio”.

Franco Locatelli, “Stop scuole funziona”

Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, esperto del Comitato tecnico-scientifico attivato sull’emergenza Coronavirus, oncoematologo dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, è d’accordo con la chiusura di scuole e università.

La decisione ha animato l’opinione pubblica, registrando pareri discordanti. Le polemiche non sono mancate, ma per il professor Locatelli la scelta sta funzionando. Infatti, intervistato dal Corriere della Sera, ha spiegato: “Ha evitato, assieme ad altre misure, di rendere ancora più critica l’emergenza. Nei giorni immediatamente precedenti la scadenza del 3 aprile valuteremo la situazione. Siamo pronti a prorogare la sospensione didattica, se necessario.

Non si esclude un prolungamento dello stop delle lezioni, “anche perché i dati delle ex zone rosse di Lodi e Codogno dicono che la riduzione di casi è stata netta. “Quindi essere stringenti ci permette di contenere l’ondata e risparmiare vite e risorse. Più la pandemia rallenta, meno si gestisce in affanno col rischio di sprecare denaro”, ha fatto sapere. “È innegabile che chiudere le scuole sia servito eccome nel rallentare la trasmissione del virus. Sapremo solo dopo in quale misura, 20-30%?”, ha aggiunto.

Il virologo Roberto Burioni

Il professor Burioni, più volte intervenuto sull’emergenza Coronavirus, ha dato un messaggio di speranza. Dobbiamo avere fiducia, perché in questo panorama negativo ci sono dei segni molto interessanti che devono farci capire che siamo sulla strada giusta. Così ha dichiarato il professore ordinario di virologia e microbiologia dell’Università San Raffaele di Milano, ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa.

Burioni ha fatto eco a quanto detto dal collega Locatelli, docente a Roma ma originario di Bergamo, una delle zone più colpite dal virus. “Nelle zone dove per primo si è cominciato a stare a casa, il focolaio di Codogno e nell’altra cittadina in Veneto, i contagi sono arrivati a zero. Questo ci fa capire che il virus non si trasmette da solo, siamo noi che lo trasmettiamo e se noi ci impegniamo per non trasmetterlo, questo virus non si trasmette più”, ha ribadito.

Per lui è necessarioguadagnare tempo. È una risorsa fondamentale perché permette alle terapie intensive di avere a disposizione più letti. In questo modo, inoltre, si permetterebbe ai medici di trovare nuovi modi efficaci e tutto il mondo scientifico sta cercando una cura per questa malattia. Potremmo trovare efficace qualche farmaco già esistente, ma anche qualcuno nuovo. Guadagnare tempo con questa resistenza”.

L’intervento di Giovanni Rezza

Anche Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, ha espresso il suo autorevole parere sulla delicata situazione che sta coinvolgendo il nostro Paese (e non solo).

“Sono troppe le variabili delle quali bisogna tenere conto e non si conoscono i possibili sviluppi della pandemia, ha detto intervistato dal quotidiano online InTerris.it. “L’importante è che, sotto la supervisione del personale sanitario delle Asl, le persone contagiate siano isolate in ambienti domestici idonei e che possano per esempio disporre di bagno utilizzato esclusivamente da loro”. Si tratta, ha specificato Rezza, di accortezze che impediscono un’ulteriore diffusione del contagio, proteggendo così il resto della famiglia.

I malati non gravi non vengono ricoverati in ospedale: “Possono essere gestiti lasciandoli nelle loro abitazioni”, ha spiegato. Almeno “fino a quando riescono a respirare normalmente, cioè finché non sopraggiunga un’insufficienza respiratoria. Tuttavia, in molti casi, una volta arrivati in ospedale le loro funzioni appaiono già compromesse e le loro condizioni sono gravi, come sottolineato dal professor Giuseppe Remuzzi. “Stabilire a che punto è la notte” è impossibile, ha aggiunto Rezzi nell’intervista. E ancora: “Non si conosce la diffusione del Covid-19, quindi non si può prevedere scientificamente quando arriverà il picco dei contagi.