Coronavirus, SIMSpe: carceri possono essere vere e proprie polveriere -2-

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Roma, 26 mar. (askanews) - Ad oggi tra i positivi al COVID-19, risulta un numero di 15 detenuti, mentre rimane non conosciuto, auspicando che non ve ne siano, tra gli operatori, fra cui poliziotti e operatori sanitari. La positività non equivale a malattia, non comporta necessariamente il ricovero e solo in alcuni casi provoca peggiori esiti. Tuttavia, la positività al virus implica la certezza di essere contagiosi e la necessità di isolamento reale. Il carcere, in quanto mondo chiuso, potrebbe sembrare protetto dall'infezione, ma in realtà il virus può farvi ingresso in qualsiasi momento.

"Il carcere è un servizio essenziale e le conseguenze dell'ingresso dell'infezione, anche in una singola sede, possono avere ripercussioni di estrema gravità, non solo per le persone, ma per l'intero sistema - afferma il Presidente SIMSPe Luciano Lucanìa - Credo che dovremmo invocare un forte comportamento proattivo e, oltre alle comuni misure di pretriage. Di concerto con la Sanità territoriale, dovremmo procedere con lo screening dei soggetti che quotidianamente fanno accesso alla struttura penitenziaria e hanno contatti con i detenuti, anche indirettamente. Gli screening, nonostante la complessità ed i presumibili costi, devono realizzarsi mediante tamponi naso-faringei da ripetersi in maniera regolare, anche a cadenza settimanale, nelle aree che registrano le maggiori prevalenze di infezione. In questa fase, nell'attesa che le curve epidemiologiche evidenzino sostanziali fasi di regressione, un simile approccio è indispensabile. Inoltre, si devono sviluppare iniziative omogenee fra gli attori del sistema, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e la sanità dei territori".

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